PRIMA PAGINA CRONACACULTURASPORTLETTEREARRETRATISONDAGGI


Il restauro in corso dei pulpiti del Duomo ha rimandato a una sensazionale scoperta negli USA alla quale ha contribuito con le sue foto uno storico artista cremonese

Le immagini di Aurelio Betri consentirono il riconoscimento di tre bellissime statue considerate disperse: erano in origine in cima all’Arca dei Martiri Persiani in San Lorenzo a Cremona, si trovano oggi nel Museo di Sarasota, negli USA

In questi giorni segnaliamo che è stato completato il restauro del pulpito di sinistra del Duomo di Cremona e che è in corso la ripulitura del pulpito di destra. Le formelle che compongono i due pulpiti, ideati dall'architetto luigi Voghera, provengono dall'Arca dei Martiri Persiani nella cappella Meli in San Lorenzo. L'Arca fu smenbrata e di molte sue componenti se ne era persa memoria. Ma celebrando il Vascello il centenario della morte di Aurelio Betri (nel 2004) ecco la straordinaria avventura che ci venne raccontata da Marco Tanzi nel 2004. Crediamo che sia molto gradito ai nostri lettori riprendere quel servizio del 2004. Per apprendere che, se non altro, alcuni di quei pezzi considerati dispersi, sono invece visibili al Museo di Sarasota negli Stati Uniti. L'occasione è buona anche per ricostruire una straordinaria vicenda artistica cremonese. E lo fa lo scopritore delle tre statue negli USA, il cremonese prezioso collaboratore del nostro giornale, Marco Tanzi, appunto. Riprendiamo integralmente quel testo.


di MARCO TANZI


Caro Direttore,
mi sembra particolarmente sentito e doveroso il tuo invito a ricordare il grande fotografo cremonese Aurelio Betri nel centenario della morte. Se me lo concedi vorrei portare un piccolo contributo, perché proprio a Betri ed al ritrovamento di due sue piccole fotografie presso l’Archivio di Stato, nell’ormai lontano 1991 devo una delle mie ricerche più appassionanti sul Rinascimento a Cremona, con il riconoscimento di tre bellissime statue oggi negli Stati Uniti, ma in origine in cima all’Arca dei Martiri Persiani in San Lorenzo, eseguite per Antonio Meli, la figura di maggiore spicco nella committenza cittadina.

(Nell’arco breve di soli due anni, 1478-1479, si datano le commissioni dell’abate Meli per la cappella di famiglia: sono andate perdute tarsie di Tommaso Sacca, affreschi di Alessandro Pampurino, un polittico di Paolo Antonio de Scazoli e un Compianto in terracotta di Guido Mazzoni; l’unica opera pervenutaci, sia pure smembrata ed incompleta è l’arca, “laboriosa, sottile, perforata e rilevata”, secondo la testimonianza di Marcantonio Michiel).


L’arca “de marmore fino de Cararia” fu commissionata in data 15 marzo 1479 allo scultore milanese Giovanni Antonio Piatti per contenervi le reliquie dei santi Mario, Marta, Audiface ed Abacone, i cosiddetti Martiri Persiani.

L’artista avrebbe dovuto eseguire otto riquadri con le storie dei martiri, tre per ciascuno dei lati lunghi ed uno per quelli brevi, le colonne, “et cum cornicibus necessariis et cum ceteris figuris et ornamentis”; alla base delle colonne, infine, avrebbe dovuto scolpire l’effigie del Meli a grandezza naturale sulla lastra sepolcrale. Il termine per la consegna è la Pasqua del 1481, ed il pagamento è valutato in quattrocento ducati solvibili in alcune rate; ma il 9 agosto dello stesso 1479 l’abate veniva a morte, seguito a breve distanza, probabilmente meno di un anno, dal Piatti.


In data 18 agosto 1480, infatti, i fratelli del religioso stipulano una nuova convenzione con il pavese Giovanni Antonio Amadeo, il quale porterà a termine l’opera nell’ottobre del 1482. Non esiste una descrizione precisa del monumento: vi si avvicina quella fornita da Giuseppe Aglio nel 1794, a soli quattro anni dalla soppressione di San Lorenzo, ma appare piuttosto sommaria, anche se vengono menzionati due tondi non ricordati nel contratto ma identificabili nei due rilievi con l’Annunciazione del Louvre e la Natività del Castello Sforzesco di Milano.
Si possono invece ricostruire dettagliatamente le vicende relative allo smembramento, con gli otto riquadri principali che, insieme con le quattro colonnette ed alcuni elementi decorativi, furono acquistati nel 1805 dalla Fabbriceria della Cattedrale e riutilizzati per la composizione dei nuovi pulpiti tra il 1813 ed il 1817.
L’esame delle fotografie di Betri ed il riconoscimento delle tre sculture mi portò a riconsiderare i documenti d’archivio e ad assegnare a Giovanni Antonio Piatti, un grande misconosciuto protagonista del Quattrocento lombardo, questi capolavori.
Ma veniamo alle foto in questione: il testo che ti trasmetto è quello dell’articolo pubblicato nel 1991 sul fascicolo 63 della rivista “Prospettiva”, la pubblicazione delle foto Betri è stata autorizzata dalla Direzione dell’Archivio di Stato di Cremona con parere n. 1/91.

L'Annunciazione, ora al Louvre,
e tre statue a tutto tondo

«Il ritrovamento presso l’Archivio di Stato di Cremona di due fotografie eseguite dal fotografo Aurelio Betri tra il 1872 ed il 1876 permette ora di fare maggiore luce su altri elementi dello smembrato complesso monumentale.

La prima raffigura il tondo con l’Annunciazione ora al Louvre e reca nel verso a penna la seguente iscrizione “Marmi acquistati dal Nob.e Sarti dal C.te Vincenzo Galli e figlia”; mentre una grafia più recente ha vergato a matita nel recto “Bassorilievo del già sarcofago Meli”.

Le ricerche hanno portato all’identificazione dei personaggi menzionati, sia l’acquirente, conte Vincenzo Galli, di origine piacentina, che il venditore, conte Pietro Sarti, figlio di Luigi e di Maria Caccia: erede di una delle famiglie più note del collezionismo cremonese tra Sette e Ottocento [...]. Con ogni probabilità il nucleo principale della raccolta venne formato proprio all’epoca delle soppressioni, ed appare verosimile che a questo momento risalga anche l’acquisto del rilievo con l’Annunciazione, in seguito passato a Parigi, nella collezione Charles Timbal e quindi entrato nelle collezioni del Louvre nel 1882, come mi segnala cortesemente Jean-Renè Gaborit, conservatore generale del dipartimento della scultura del museo.

Due statue al John e Mable Ringling Museum di Sarasota

Di maggiore interesse documentario e storico-artistico appare invece la seconda fotografia eseguita dal Betri, che reca con minime varianti le medesime iscrizioni e rappresenta quindi opere che hanno vissuto un’identica vicenda collezionistica ottocentesca: vi sono raffigurate tre statue a tutto tondo, dalla sinistra un santo inginocchiato, una Madonna col Bambino, ed un altro santo incedente, con ogni verosimiglianza quelle “altre figure” non meglio specificate ma ricordate nel contratto del 15 marzo 1479.

E’ da sottolineare il fatto che entrambe le fotografie furono viste all’inizio del nostro secolo, quando si trovavano presso il Museo Civico, da Angelo Monteverdi il quale ne diede notizia nel suo contributo dedicato all’Arca dei Martiri Persiani apparso sull’“Archivio Storico Lombardo” del 1909.

L’indicazione dello studioso non ebbe tuttavia alcuna conseguenza e, se non sbaglio, nessuno si preoccupò di indagare ulteriormente sull’argomento, tanto più che il Monteverdi, sia pure a conoscenza della monografia sull’Amadeo pubblicata cinque anni prima dal Malaguzzi Valeri, non riconobbe nella Madonna col Bambino al centro della foto Betri la scultura ivi riprodotta alla pagina 117, ovvero la cosiddetta Madonna Foulc - dal nome del collezionista parigino che la possedeva in quegli anni – del Philadelphia Museum of Art [...].

Le altre due statue con immagini di santi immortalate nella foto Betri, nonostante l’elevatissima cifra qualitativa, non hanno invece goduto di una fortuna critica pari a quella della loro compagna, e non  conosco le vicende antiquariali che le hanno portate nella loro sede attuale, il John & Mable Ringling Museum of Art di Sarasota [ora so che anche i due santi passarono dalla collezione Foulc]. Rispetto alla sfuocata immagine ottocentesca i due sono facilmente identificabili in San Benedetto, inginocchiato nell’atto di offrire alla Vergine la propria mitra, e San Lorenzo incedente con il libro nella destra e indossante la dalmatica.

La loro raffigurazione rappresenta una costante iconografica delle commissioni di Antonio Meli, il quale in altre occasioni aveva già richiesto che venissero effigiati i due santi rispettivamente fondatore dell’ordine religioso cui apparteneva, ed eponimo del monastero da lui guidato. [...]

Soffermandoci per un attimo ad esaminare le tre sculture, è opportuno innanzitutto sottolinearne il sostenutissimo grado qualitativo che, già evidenziato negli studi sulla Madonna Foulc, non si abbassa mai nemmeno nei due santi laterali; quindi va rimarcata la forte, quasi febbrile tensione espressionistica e patetica dei volti, la strabiliante e grottesca maschera del San Lorenzo, che avanza dinoccolato ad ampie falcate, portandosi al petto una mano che si apre e si espande fino a diventare enorme, come un ragno, un pipistrello: una sorta di Nosferatu quattrocentesco (che nell’immaginario strettamente personale non riesco a disgiungere dalla figura di Boris Karloff nel mitico film “La mummia”).

Forse per un cinefilo certe suggestioni visive possono risultare più immediate, ma ammetto di incontrare parecchie difficoltà nella ricerca di paralleli adeguati nella scultura contemporanea, mentre analogie più stringenti si possono cogliere con opere pittoriche che tuttavia si devono scalare ad anni successivi al 1479-80 in cui le tre statuette furono scolpite.

Come mi suggerisce con una suggestiva immagine Giovanni Agosti, i santi di Sarasota sembrano avere “scavalcato le ringhiere del  Polittico di Treviglio”, ed anche la Madonna Foulc potrebbe essere stata una delle fonti di ispirazione per lo straordinario retablo, in una declinazione più sottilmente butinonesca che non zenaliana, quella che eserciterà un peso notevolissimo sul giovane Bramantino.

Come non citare il San Benedetto per la Natività dell’Ambrosiana o - e la citazione mi sembra letterale - per il religioso visto da tergo inginocchiato in primo piano nella bramantesca Incisione Prevedari che, non lo dimentichiamo, è del 1481.

Sono quindi tutte opere eseguite a distanza di alcuni anni dall’inizio dei lavori all’Arca dei Martiri Persiani, e non fanno che confermare non solo che la scultura sembra anche in questo caso rappresentare l’”arte-guida” nel Ducato, ma anche le strettissime relazioni individuate da Giovanni Romano fra gli scultori, i maestri di vetrate e di tarsia ed i pittori gravitanti intorno ai grandi cantieri del Duomo di Milano e della Certosa di Pavia, il “focolaio artistico più interessato alla produzione ferrarese di tutta la Lombardia”.»




La pagina è aggiornata alle ore 18:05:54 di Mer, 1 apr 2009