Un interessante tuffo nel nostro passato alla European Fine Art Fair di Maastricht 2011

Ecco la straordinaria tela di Ancislao Gambara... Parliamo del grande pittore cremonese del '600: Pietro Martire Neri

La Fine Art Fair di Maastricht si tiene dal 18 al 27 marzo ed è un appuntamento irrinunciabile per i collezionisti d'arte. Dalla Galerie parigina Canesso viene presentato un capolavoro che raffigura Ancislao Gambara. E' opera di un grande esponente della pittura seicentesca cremonese, Pietro Martire Neri (Cremona 1601 - Roma1661). La circostanza offre a Marco Tanzi l'occasione per una rivisitazione del principale pittore pittore cremonese del '600, del quale si hanno ancora eccellenti testimonianze a Cremona.

"Il Vascello " è onorato di poter dare l'acutissimo studio di Marco Tanzi in contemporanea con l'uscita di del saggio che accompagna il dipinto su tela a Maastricht.


di Marco Tanzi
( il testo è sotto copyright ©)


È Ancislao (Ancilao, Ancelao) Kranz, mitico capostipite della stirpe bresciana dei Gambara, che scende in Italia nel x secolo dalla natia Nordlingen, in Baviera e ottiene in feudo dall'abate di San Benedetto a Leno, per i servigi resi in difesa delle proprietà del monastero dagli attacchi degli Ungari, un cospicuo territorio della Bassa tra Mella, Oglio e Chiese.
La figura storica del nobile svevo è avvolta dalle nebbie della leggenda: le ricerche seguite alla pubblicazione, avvenuta nel 1729, del quattrocentesco Chronicon Brixianum di Giacomo Malvezzi nel corpus muratoriano dei Rerum Italicarum Scriptores hanno prodotto qualche piccola informazione, in seguito rivogata nella storiografia locale
Ne accenna anche Carlo Goldoni nella dedica ad Annibale Gambara, «Patrizio Veneto e Senatore Amplissimo, Barone del S. R. I., Signore di Ajello, Feudatario di Virola, Alghise, Pralboino, Milzano, ecc.» della commedia "La finta ammalata", rappresentata per la prima volta a Venezia per il Carnevale del 1750. Non mancano, qua e là nell'intricato albero genealogico dei Gambara, un Ancislao, un Venceslao e un Alemanno, in ricordo dell'avo.

La tela, databile alla metà del Seicento, è chiaramente un ritratto celebrativo, di fantasia: il progenitore di una dinastia che emerge nelle vicende storiche e artistiche di Brescia; ciò spiega la blanda caratterizzazione fisionomica del volto, nel quale l'autore ha forse cercato di riflettere gli aspetti più tipici dei Gambara a lui contemporanei. L'impaginazione monumentale e la definizione dell'antenato in tenuta da parata mettono in rilievo l'alta qualità del dipinto: l'immagine campeggia nello spazio scabro, impreziosito dal basamento marmoreo e dal tendone verde abbozzato alla brava. Ancislao è impeccabile nel sapiente gioco dei colori, prugna e gialli, verdi e bruni; impugna il bastone di comando e ha lo spadone nel fodero. La raffinata calibratura cromatica, la pennellata sciolta e vibrante, ricca di sfumature atmosferiche della zona superiore trova il contraltare in quella inferiore, con le gambe inguainate nelle calze giallo chiaro e le scarpe di pelle che risaltano sul fondo grigio con la perspicuità ottica di un caravaggesco francese.

Grazietta Butazzi ha gentilmente attirato la mia attenzione sugli aspetti meno ovvi dell'abbigliamento, che mettono in risalto il rango elevato del nobile bavarese e la foggia militaresca dell'equipaggiamento. I dati della moda sono compositi, più cinquecenteschi che seicenteschi, come a voler mettere in chiaro che è ritratto un personaggio del passato ma non lo si vuole travisare in costume medievale. Il Gambara indossa braconi corti e gonfi e coletto senza maniche composti di nastri in pelle; sulla camicia elegante con punte a pizzo veste la giubba senape. Le scarpe sono quelle, comode, calzate dai soldati nelle lunghe marce, in particolare dagli Svizzeri e dai «Todeschi» al soldo del pontefice all'inizio del Cinquecento. Sul basamento poggia il cappello di feltro ad ala piccola, bordata di pelle, con cupola alta e rigida e cinturino di pelle dipinta, ingentilito dalla piuma di un rosso acceso.


Lo stile nella Lombardia di pieno Seicento


Sul versante dello stile la tela si colloca nella Lombardia di pieno Seicento; è un personaggio a metà strada tra la Mantova di Domenico Fetti e la Milano già travolta dalla peste manzoniana; vi si avverte ancora il fascino di Cerano, Daniele Crespi e Tanzio, morti ormai da tempo: la generazione è quella di Francesco Cairo e dei Nuvolone.
L'autore è il principale pittore cremonese del Seicento, Pietro Martire Neri: lo certificano i confronti con i capisaldi della sua produzione nel quinto decennio). In particolare c'è un ristretto gruppo di tele in singolare sintonia con il ritratto, la Madonna con il Bambino in gloria tra i Santi Giovanni Battista e Francesco della parrocchiale di Stagno Lombardo (in bianco e nero, nella foto a sinistra), giunta da un altare di patronato Ugolani a Cremona, e il grande San Gregorio Magno della Pinacoteca Ambrosiana, nel quale ho voluto riconoscere l'effigie dell'unico papa cremonese, Gregorio XIV, al secolo Nicolò Sfondrati. (foto successiva sempre a sinistra).

La fama di Pietro Martire Neri è in gran parte legata alla collaborazione con Diego Velazquez nel Ritratto di Cristoforo Segni ( della collezione Kisters a Kreuzlingen e, probabilmente, di essere stato amico a Roma, forse nell'ambito della Congregazione de' Virtuosi al Pantheon, del genio sivigliano. L'alternanza, nel suo catalogo, di capolavori e di opere più corsive e l'antagonismo creato ab antiquo con Luigi Miradori detto il Genovesino hanno contribuito a disorientare la critica; ma se Genovesino, con la sua notevolissima cifra espressiva, rimane tutto sommato un fenomeno cremonese, Pietro Martire Neri ha invece un successo più diramato e committenze che Miradori nemmeno si sogna, e che lo spingono alla corte pontificia di Innocenzo X Pamphilj.


Da Cremona a Roma, dove è eletto Principe dell'Accademia di San Luca


Nasce nel 1601 e muore nel 1661: sposa a Mantova nel 1631 Isabella Moroni, firma nel 1633 il Ritratto di Sigismondo Trecchi in collezione privata, nel 1641 l'Adorazione dei Magi per la Certosa di Pavia, nel 1643, probabilmente, il San Luigi Gonzaga che rinuncia al Marchesato in San Marcellino a Cremona, mentre l'anno precedente è a Mantova.

Tra 1642 e 1647 esegue tre pale per chiese mantovane (due sono ora nelle raccolte di Palazzo Ducale), mentre sono dispersi sette quadroni per la sala poi detta del Crogiolo in Corte Vecchia raffiguranti «In uno (… ) l'Eterno Padre in aria con figura grande, con il sole da una parte et la luna dall'altra, in un altro la creatione d'Adamo et d'Eva, in un altro l'età dell'oro con diverse sorti d'huomini e donne e fanciulli molto belli con un paese in lontananza, un altro che rappresenta l'argento dove vedonsi huomini che coltivano la terra et con diverse altre attioni, un altro dell'età del ferro dove si vedono diverse battaglie dopo la fulminatione de' giganti espressa mirabilmente, et in un altro una radunanza di molte e diverse cacciagioni in un bellissimo paese, opere tutte fatte mentre Madamma reggeva lo Stato», e non sono stati finora riconosciuti «tutti li ritratti degli huomini illustri di famiglia Gonzagha con quelli di Sua Altezza».
Dal 6 ottobre 1647 Pietro Martire si trasferisce definitivamente a Roma, nella cerchia degli artisti di papa Pamphilj; qui è eletto Principe dell'Accademia di San Luca per l'anno 1654.
Tralasciando in questa circostanza la stagione romana, la seriazione dell'attività giovanile può contare sulla biografia tracciata da Giuseppe Bresciani a quattro anni dalla morte del pittore e su altre fonti antiche: emerge, dopo l'apprendistato mantovano nella bottega di Domenico Fetti, il ritorno a Cremona dove si distingue nella ritrattistica; in seguito si segnalano un primo soggiorno romano e il ritorno in Lombardia, con una prolungata permanenza a Milano, a ridosso della pala per la Certosa di Pavia.
Va rimarcato il successo del Neri nel panorama mantovano e milanese, attestato dai perduti lavori gonzagheschi e dalle commissioni per i Borromeo e i Conti della Riviera, ossia gli Sfondrati: in questa prestigiosa rete di committenze si inserisce la famiglia bresciana dei Gambara, conti di Verolanuova.


Al Museo di Cremona un capolavoro: Cristo che risana il cieco nato


L'eccellenza qualitativa del pittore si misura soprattutto nel Cristo che risana il cieco nato (foto a destra a fine pagina), il quadro più bello della Pinacoteca di Cremona, che richiede un coscienzioso supplemento d'indagine per il corretto inquadramento cronologico negli anni trenta che dia conto delle sollecitazioni determinate dal primo soggiorno romano;' quindi nel quinto decennio, inaugurato dalla tela certosina, nel nucleo già ricordato: la pala per gli Ugolani, il San Gregorio dell'Ambrosiana e il Ritratto di Ancislao Gambara. Qui si avverte, rispetto al momento precedente, una decisa virata verso il pittoricismo del Fetti, con una pennellata liquida e crepitante e un cromatismo più ricco, giocato su toni caldi.".
Si coglie, però, anche un'evidente fascinazione milanese, da Cerano, soprattutto, e da Daniele Crespi, con qualche parallelo, da non sopravvalutare, con gli esiti dello Zoppo da Lugano.
A uno sguardo superficiale potrebbe sorprendere l'inserimento nel catalogo del cremonese della tela dell'Ambrosiana, per la grandiosità dell'impianto, il fasto iperbarocco, la ricchezza dei dettagli, il frusciare delle stoffe: tuttavia tacendo delle relazioni con l'Innocenzo X della Galleria Doria Pamphilj, di cui il San Gregorio Magno è un prototipo di qualità assai più sostenuta è l'opera che più si lega alla produzione del Neri dal punto di vista tecnico ed esecutivo e, più propriamente per quanto riguarda la ritrattistica, all'effigie del Gambara, per l'identica attenzione nella definizione dei tratti del volto.
Condivide con il nobile Ancislao la scioltezza esecutiva, il gusto pittorico sfumato e come affoscato della pala di Stagno, con una definizione chiaroscurale risentita e nello stesso tempo morbida, soffusa, che si impreziosisce di brevi bagliori luminosi, di pennellate liquide che provocano quella sorta di turbinio corrusco che segna la produzione migliore dell'artista cremonese, con una sensibilità cromatica ancora fettiana. La tavolozza della tela milanese è però rinnovata alla luce del viraggio solenne delle nuove accensioni dei rossi, in grande profusione e varietà, in stretto accordo con l'oro, scintillante e brunito, dei paramenti e del gioco, abbagliante come un flash, dei bianchi.
Pur segnato dall'indelebile esperienza mantovana, quello di Ancislao Gambara è un ritratto che denuncia il suo passaporto milanese: un capolavoro di suggestioni variegate, come di un Nuvolone meno languido ed estenuato. Ma non ha niente di spagnolesco, non è un hidalgo come i personaggi del Genovesino: ha il piglio nordico del comandante di un manipolo di lanzichenecchi.


Due lettere significative a conferma della attribuzione


Conforta l'attribuzione a Pietro Martire Neri e la cronologia nel quinto decennio del XVII secolo una lettera del cremonese Camillo Pesci, decurione della città dagli anni trenta, a monsignor Giacomo Pilotti, canonico del Duomo di Brescia e amministratore dei beni del conte Carlo Antonio Gambara, datata Cremona 19 dicembre 1645.
«[... ] il signor Pietro Martire Pittore, è prontissimo a restituire la caparra quando Vostra Signoria pure voglia che l'opra sia costi portata prima di stabilirne il prezzo quale di novo rimette alla mia dispositione facendo tutto ciò per non parer poco curante del gusto di Vostra Signoria e della sodisfattione di cotesti huomini mi sono trasferito in persona con li doi venuti a Cremona alla casa del medesimo signor Pietro Martire et ho visto l'opera riuscitami di somma sodisfattione si che parmi che il restringere il tempo alla perfettione sia pregiudiciale massime scorgendo nel Pittore desiderio particolare di compensar con l'opera la tardanza che pure è solita de Pittori. Vostra Signoria hora condoni a mio riguardo qualunque sospicione di mancanza e si assicuri che essendo il di lei fine drizzato alla sodisfattione di cotesti huomini l'ottenerà.
Cremona 19 Dicembre 1645


Di Vostra Signoria Illustre e Molto Reverenda obbligato servitor Camillo Pesi
Della rissolutione per il Pittore Vostra Signoria mi raguaglierà subito, acciò dovendo lui partire per affari di Principi, si possa concertare il tutto, et in ogni caso si mandi a casa mia dove troverassi il denaro in qualunque occorenza L'opra però vassi fra tanto perfetionando, e quanto prima sbrigarassi si bene la stagione ancora porta dilatione per il secare dei colori»
."

Il documento è reticente sul cognome del pittore e sul soggetto del dipinto ma non credo che, a questa data, possa fare riferimento a un omonimo attivo a Cremona: l'unico altro, testimoniato da carte d'archivio e opere firmate, è Pietro Martire Alberti, autore di nature morte, del quale esistono tracce tra 1621 e 1632. La sua produzione non sembra però autorizzare una commissione di rango così elevato, mentre il Neri ha tutte le carte in regola per eseguire un'opera «di somma sodisfattione» per il conte.,, Alla stessa stregua, non sembra particolarmente azzardato mettere in relazione la lettera di Camillo Pesci con il dipinto esaminato in questa circostanza: la fama di Pietro Martire Neri ritrattista è autorevolmente certificata dalle committenze gonzaghesche a Mantova e dalle testimonianze delle fonti contemporanee, in primis da Giuseppe Bresciani. Il ritratto rientra in una congiuntura di altissimo profilo, non ancora adeguatamente indagata nel panorama bresciano del XVII secolo, del patronato di Carlo Antonio Gambara. Prima della morte, avvenuta nel 1648, ii nobile bresciano chiama alcuni dei maggiori artisti attivi in Valpadana, principalmente in terra di San Marco, per ornare con grandi pale gli altari della nuova basilica di San Lorenzo a Verolanuova, consacrata nel 1647. Non farà in tempo ad assistere alla messa in opera di quelle di Francesco Maffei, contattato già prima di quell'anno, con l'Angelo custode e l'Ultima Cena; né di riconoscersi immortalato nella tela di Pietro Liberi con la Madonna con il Bambino in gloria, San Carlo Borromeo e Sant'Antonio che presentano Carlo Antonio e Francesco Gambara; ma vede senz'altro, proprio nel 1647, sull'altare dell'immacolata, la Cacciata di Adamo ed Eva commissionata l'anno prima a Cremona, curiosamente al lucchese Pietro Ricchi.
L'ancoraggio del Ritratto di Ancislao Gambara al nome di Pietro Martire Neri e alla data 1645 ribadisce il ruolo dell'artista cremonese tra i protagonisti della pittura lombarda di metà Seicento.



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