Cronache di Cremona e provincia


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Ecco la rinascita, a partire dal lavaggio, con immagini in diretta, dell'arazzo del Duomo "Sansone squarta il leone"

Sotto la spinta di mons. Achille Bonazzi un gran fervore per il recupero del patrimonio artistico cremonese. In quest'ottica, ecco finalmente la risposta all'appello lanciato un paio di anni fa per tornare a far risplendere gli arazzi della Cattedrale con le storie di Sansone. Tutto avviene con il sostegno della Fondazione Comunitaria, mentre il restauro di "Dalila che addormenta Sansone" è stato finanziato al 50% dal Lions Host. Terminato a Roncaglia di Piacenza l'arazzo che raffigura " il matrimonio fra Sansone e Dalila, assieme a uno dei due piccoli. Il restauro è affidato a Tiziana Benzi. Infine, ecco le foto eccezionali di un lavoro in corso, quando si stava procedendo al lavaggio dell'arazzo "Sansone squarta il leone"nei laboratori della ditta "R.T. Restauro Tessile" di Albinea (RE). Con il lavaggio è stato possibile rendere l'arazzo decisamente più leggibile, premessa indispensabile prima di procedere ai restauri manuali. La urgenza di procedere al restauro di questi arazzi è ritornata perentoriamente in primo piano un paio di anni fa quando a Cannes vennero battuti due arazzi delle storie di Sansone impropriamente definiti "cremonesi.Ne parliamo in un servizio, dove ricordiamo anche che la curia cremonese medesima ebbe spesso la tentazione di venderli. Raccontò il tutto il compianto mons. Franco Voltini

Una notizia che riportò d'attualità l'argomento e un appello disperato

Due arazzi "cremonesi" andati all'asta
e le dodici storie di Sansone del Duomo
Un patrimonio dell'umanità in recupero


Le storie di Sansone, arazzi del Duomo di Cremona in 12 teli corrono rischi gravissimi.Ma si sta procedendo finalmente, sia pure passo a passo, al loro restauro.
Ecco finalmente la risposta all'appello lanciato un paio di anni fa per tornare a far risplendere il tesoro della Cattedrale. Tutto avviene con il sostegno della Fondazione Comunitaria, mentre il restauro con Dalila che addormenta Sansone è stato finanziato al 50% dal Lions Host. Ha raggiunto Piacenza l'arazzo che raffigura il matrimonio fra Sansone e Dalila, assieme a uno dei due piccoli. Il restauro è affidato a Tiziana Benzi. Infine,il restauro di "Sansone squarta il leone". si sta svolgendo nei laboratori della ditta "R.T. Restauro Tessile" di Albinea (RE) .
Mons. Achille Bonazzi un paio di anni fa lanciò un appello disperato in una manifestazione alla Camera di Commercio perché la civitas cremonese non perdesse un patrimonio proprio e dell'umanità veramente unico. Dal settembre del 2007 anche Il Vascello si occupa di questa emergenza. Prese lo spunto da una conferenza dello stesso mons. Bonazzi all'Adafa nella quale il responsabile dei beni culturali della curia riferì di due arazzi "cremonesi" venduti all'asta per 700 milioni cadauno e finiti a Cannes e Bruxelles.
Perché "cremonesi"? Possibile che la Curia li avesse venduti? Impossibile.
Innanzitutto i due arazzi venduti non potrebbero essere altri che quelli delle "Storie di Sansone": il numero di 14 arazzi ripreso dalla conferenza di mons. Bonazzi comprende infatti due arazzi delle "Storie di Cristo" donate dal vescovo Speciano che, però erano ancora esposti in Cattedrale. Restavano dunque gli arazzi delle storie di Sansone che invece erano avvolti attorno a dei tubi riempiti di naftalina ed erano ben nascosti in attesa di restauro, ormai improcrastinale. Le parti in seta si stanno rapidamente deteriorand, il tannino usato per colorare in marron mangia i fili.
Ci fu in pizzo di giallo quando si parlò di parla di arazzi "cremonesi" venduti a Cannes e in Scozia. In realtà si è parlato di arazzi simili a quelli posseduti dalla Cattedrale di Cremona. Si sa infatti che sui "cartoni" delle Storie di Sansone furono realizzate tre serie, una andata ad Enrico II, l'altra al cardinale Scipione Borghese e l'ultima, quella che peraltro ha il pregio di conservarsi integra e completa è la serie di dodici posseduta dalla Cattedrale di Cremona. Chiamare però, sia pure figurativamente, "cremonesi" i due arazzi veduti a Cannes e Scozia, infallibilmente provenienti dalle collezioni smembrate di Enrico II e del cardinale Scipione Borghese è stata , probabilmente una birichinata della casa d'aste per aumentarne il valore.
La vicenda ha avuto il merito di riaprire il discorso sul futuro degli arazzi delle Cattedrale di Cremona, richiamando - come fa magistralmente Franco Voltini - peraltro un destino che li ha sempre accompagnati: la ripetuta, secolare tentazioni di verderli.


Questi "panni" della cattedrale che la Fabbriceria a volte considerò poco più che tende


di Franco Voltini

Gli arazzi erano stati facilmente intesi, in passato, come arredi decorativi e insieme funzionali; dovevano al tempo stesso abbellire ed essere utili. Fino a quando, poi, una tale concezione di utilizzo misto abbia resistito non sapremmo dire; ma è certo che al tempo in cui si progettava di commissionare in Fiandra quella prima serie di panni per la Cattedrale - e si era alla fine del Cinquecento - l'evoluzione del gusto doveva già inclinare per una preminente, se non esclusiva, valorizzazione degli arazzi come apparati ornamentali.(...)

I “Misteri” del vescovo Speciano

A una serie di panni che fossero solo apparati ornamentali doveva provvedere (...) il vescovo Cesare Speciano, chiamato alla sede cremonese nel 1591. La donazione avvenne per legato testamentario datato 24 novembre 1601 Dettando le sue ultime volontà, il vescovo dichiarava l'intenzione di lasciare “Dilectae sponsae meae Ecclesiae Cathedrali Cremonensi [...] Tapezarias meas omnes cum figuris tantummodo, et non caeteras”.
Senza specificare il numero dei pezzi di cui intendeva dotare il Duomo di Cremona, lo Speciano chiariva però che dagli arazzi “cum figuris” si dovevano escludere i dieci panni rappresentanti le Storie di Salomone, per i quali aveva da tempo deciso la donazione alla chiesa di Novara, dove egli aveva dapprima esercitato il suo ministero. Nel codicillo aggiunto cinque anni dopo, lo Speciano non farà che ripetere, in italiano, le stesse intenzioni già espresse nel testamento, ancora senza precisare il numero degli arazzi assegnati alla Cattedrale cremonese. Che questi fossero sedici, lo si apprende poi da un verbale della visita pastorale del vescovo Campori del 1623 (...).
Quanto poi alla vicenda storica di questa serie, di cui la Cattedrale possiede ormai due pezzi soltanto, le informazioni che si hanno sono saltuarie e lacunose. Sappiamo da un Inventario che nel 1795 i sedici pezzi si trovavano ancora presso il Duomo; ma non ci è stato possibile accertare per quanto tempo ancora, dopo quell'anno, la serie sia rimasta numericamente integra.
Si arriva verso la fine dell'Ottocento con la notizia che, senza segnalare la fonte, il Bonetti ha pubblicato nel 1933: “Di questi sedici pezzi di tapezzerie, nel 1870, non ne rimanevano che 7 e, nel 1890, due soli, quelli che venivano esposti nelle solennità sulla facciata del tempio, perché nel 1880 cinque venivano venduti ad un antiquario della nostra città, che li vendette a stranieri, ed ora si trovano all'estero"'.


A conferma e a parziale integrazione di quanto ha scritto il Bonetti, potremmo aggiungere che gli arazzi erano ridotti a due già nel 1885, se, allorché erano ormai avviate le trattative di cui si parlerà per la vendita dei panni raffiguranti le Storie di Sansone, l'abate milanese Luigi Malvezzi, esperto e collezionista chiamato per una perizia, poteva scrivere nella sua relazione del 5 settembre di quello stesso anno, di aver esaminato altri “due arazzi di dimensione più piccola, tessuti anche questi a Brusselle, in epoca anteriore, rappresentanti uno la predicazione di Cristo in riva al lago di Genezareth, l'altro la parabola del padrone della vigna cogli agricoltori”. E fuori dubbio che, se ci fossero stati altri arazzi della stessa serie, oltre i due dei quali il Malvezzi identificava esattamente i soggetti, anche quelli sarebbero stati sottoposti alla valutazione dell'esperto; vuol dire dunque che quattordici pezzi erano irrimediabilmente finiti dispersi, benché non sia dato sapere con precisione quando e per quali vie.
I due arazzi superstiti figureranno a Torino nel 1898 all"Esposizione d'Arte Sacra, antica e moderna, delle Missioni e di Opere Cattoliche”, e l'anno seguente a Cremona, nell'analoga “Esposizione d'Arte Sacra”. Seguiranno poi press'a poco le vicende dei più grandi arazzi delle Storie di Sansone: sempre più raramente esposti al pubblico, ora saranno ricoverati nel cosiddetto “camerone di San Giuseppe” annesso alla Cattedrale, ora verranno ritirati nel Palazzo Vescovile. Dopo un sommario restauro presso l'Istituto delle Suore Adoratrici di Rivolta d'Adda nel 1933, troveranno la loro collocazione sulle pareti antistanti la Piazzetta Senatoria (...).
Volendo ora tentare una lettura iconografica dei due arazzi rimasti, diventerebbe quanto mai interessante recuperare l'elenco completo dei soggetti raffigurati in ciascuno dei sedici pezzi. Se, come si afferma nella citata visita pastorale del 1623, l'intero ciclo rappresentava “i principali misteri della religione cristiana”, risulta piuttosto singolare che nei due panni superstiti siano illustrate scene che, a prima vista, possono apparire scarsamente espressive nel contesto della storia sacra del Nuovo Testamento.
Diventa allora prezioso quanto ha reso noto il Puerari nel 19716, segnalando il ritrovamento, presso collezioni pubbliche e private, di altri otto pezzi di questa stessa serie; di cinque degli arazzi rinvenuti lo studioso segnala infatti anche i soggetti: L'adorazione dei pastori, L'adorazione dei magi, La guarigione del cieco, La Crocifissione, La Risurrezione. Come si vede, fatta eccezione per La guarigione del cieco, si tratta di temi che, in un'ordinata presentazione dell'historia salutis, sono da considerare centrali. Ci si domanda, dunque, quale senso può avere l'inserimento, tra questi, di soggetti come Gesù in riva al lago di Genezaret o La parabola degli operai della vigna o la stessa Guarigione del cieco.(...) Avveniva frequentemente che la presentazione ciclica di una storia sacra fosse guidata non solo dal testo biblico relativo, ma anche da qualcuno di quei manuali che erano in uso tra i pittori e che spiegavano il senso tipico di ogni figura o episodio in funzione di un discorso condotto secondo una logica precostituita d'impostazione mistica o apologetica o semplicemente dottrinale. In questo senso si potrebbero supporre particolarmente significative, nel contesto dell'intero ciclo, anche le due scene che possediamo. La raffigurazione di Gesù con i discepoli in riva allago di Genezaret assumerebbe così il valore di immagine rappresentativa del ministero pubblico di Cristo, essendo stato, proprio il lago l'ambiente privilegiato della sua opera evangelizzatrice. E La parabola degli operai della vigna, la cui scelta, fra le tante e più note parabole evangeliche, sembrerebbe difficilmente giustificabile, poteva diventare una sintesi eloquente di tutto il messaggio di Cristo, colto nel suo nucleo essenziale: il Regno è puro dono della bontà del Padre, e nessuno, di fronte a esso, può considerarsi in posizione pregiudizialmente favorita.


Le Storie di Sansone

Ma quando si parla di arazzi per la Cattedrale, il riferimento corre istintivamente, più che ai due superstiti della serie donata da Speciano, al ben più imponente ciclo delle dodici Storie di Sansone. Ad esse pensava l'illustre vescovo Geremia Bonomelli nel 1889, quando, sollecitato a ordinare che per la festa di S. Omobono si tornassero a rivestire i pilastri del Duomo con gli antichi arazzi, annotava amaramente: “Quegli arazzi sono proprio un capitale più che morto”.
In verità, i panni ornamentali da alcuni anni non comparivano più in Cattedrale perché la loro esposizione avrebbe accentuato il deterioramento che era stato denunciato oltre mezzo secolo prima da Luigi Corsi, solerte “portiere” della Fabbriceria, il quale aveva sentito, in merito, anche il giudizio d'un arazziere. Era dunque in atto da tempo quella lunga agonia degli arazzi che, arrivata ai nostri giorni, si vuole ora è stata messa sotto gli occhi di tutti con questa mostra.

L'acquisto

In che modo si sia pervenuti alla commissione e all'acquisto delle Storie di Sansone è largamente documentato dagli atti d'archivio; ripercorrendoli ora sinteticamente, intendiamo soltanto abbozzare una ricostruzione della vicenda nei suoi momenti più significativi.


Tutto prende avvio da una delibera con la quale, in data 27 aprile 1629, i prefetti della Fabbriceria decidono d'iniziare le pratiche occorrenti per provvedere di arazzi la Cattedrale, la quale “ritrovasi senza tapezarie d'alcuna sorte”.(...).
C'erano, di fatto, i sedici arazzi lasciati dallo Speciano poco più di vent'anni prima, ma le esigenze cui pensavano ora i Fabbriceri non potevano essere soddisfatte da quei panni, ormai diversamente utilizzati e del resto non rispondenti al progetto che si veniva maturando. Si trattava, in effetti, di provvedere “tapezzarie uniformi, con qualche Istoria sacra del Novo o Vecchio Testamento, et sofficienti per ornare et tapezzare almeno tutta la nave maggiore”, non essendo conveniente che “nel tempo delle solennità”, per ornare la Cattedrale si dovesse ricorrere a “tapezzarie diverse et con Istorie profane et boscherecce insieme et non conformi né d'altezza né in altre parti”, chiedendole a prestito “hor da questo et hor da quel altro gentilhuomo"(...) L'iniziativa ha il suo seguito nel verbale della seduta del 17 luglio seguente, nella quale “Cesare de Iuliis de Canobio” informa puntualmente i colleghi che, pur essendosi impegnato a cercare “tapezzarie” sacre già fatte, non ha trovato alcuna serie che “possi riuscire a compire tutto il giro della nava maggiore della Chiesa”. Finalmente, da Milano, ha avuto notizia (e forse anche i disegni) di una storia di Sansone, intorno alla quale è in grado di fornire tutti i riferimenti utili: “sarà di giro d'ale cento venti,['] divisa in dodici pezzi, cioè sei per parte [...] d'altezza d'ale sette, in figure alte, lavorate di seta, et si fabricheranno nella Città di Bruselles da' più valenti maestri [...] et il disegno di dette tapezzarie è d'uno de' più valenti huornini in tal professione”; informa poi che il prezzo richiesto è di “undeci fiorini l'ala che sono ducatoni quattro manco un terzo”, e che la serie dei dodici panni sarebbe pronta entro un anno (...) Il gusto per i fastosi apparati, già sviluppatosi nel secolo precedente, come è abbondantemente attestato da Antonio Campi, per ogni arrivo di principe in città o per solenni celebrazioni funebri nella Cattedrale stessa, si esprimeva ormai in una tendenza generalizzata a valorizzare scenograficamente anche gli interni più austeri, magari alterandone radicalmente l'originaria concezione, com'è spesso avvenuto in chiese romaniche o gotiche anche di grande rilevanza monumentale.
E ancora poco male quando, senza intaccare le strutture architettoniche, ci si accontentava di appendere arazzi, oltre tutto limitatamente alle grandi solennità. Ma non è forse da escludere e lo proponiamo soltanto come un'ipotesi meno probabile - che sulla decisione dei Fabbriceri a favore degli arazzi possa avere in qualche modo influito il desiderio di creare uno spazio chiuso, e perciò unitario e meno dispersivo, rispondente alla nuova immagine di chiesa ad aula unica che si era venuta diffondendo tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, e che a Cremona era attestata degnamente dalla recente costruzione della chiesa di S. Marcellino; la tappezzeria, nel caso, avrebbe sostituito un'impossibile cortina muraria, venendo a creare una vera e propria recinzione nell'interno dell'ambiente.(...).


E' chiaro che da parte della Fabbriceria si accettava quanto era più facilmente disponibile, senza porre specifiche esigenze quanto al soggetto delle Storie e accontentandosi di un'approssimativa adattabilità dei pezzi agli spazi da coprire; e la manifattura, d'altra parte, s'impegnava a lavorare a pieno ritmo per stare entro il termine concordato (...) Il lavoro della manifattura intanto doveva essere stato condotto veramente a ritmi serrati, se l'intermediario, in una lettera del 15 maggio 1630 -e non erano passati ancora dieci mesi dalla delibera della Fabbriceria - poteva già assicurare di aver sollecitato la “speditione di dette tapezzerie”. Ma intanto era scoppiata e infuriava la peste, e il Dandeleu (l'intermediario, ndr) per alcuni mesi non si fa più sentire.
Quando scrive di nuovo - il 9 ottobre 1630 - indirizza una lettera al Canobio per scusarsi del silenzio, essendo stata la sua casa “infettata” e avendoegli stesso corso serio pericolo di morire di contagio. Informa però che a Bruxelles gli arazzi sono pronti per essere spediti, ma i “carettoni” sono fermi: si attende l'occasione buona perché il loro carico, nel viaggio da Milano alle Fiandre e viceversa, sia assicurato tanto per l'andata che per il ritorno (...).
Si vorrebbe sapere, a questo punto,come i Fabbriceri, in tanta desolazione creata dalla peste anche a Cremona fin
dal marzo del 1630, potessero riuscire a mettere insieme la somma necessaria per far fronte all'impegno, e addirittura con quale attenzione potessero ancora seguire l'impresa. Il fatto è che, in data 26 gennaio 1631, il Dandelen, già tornato a Milano, può comunicare di aver ricevuto 900 ducatoni per la spesa degli arazzi, e che questi, finalmente, sono “già in strada”. Ma forse il mercante, con questa nuova assicurazione, cercava soltanto di sopire le reazioni dei Fabbriceri che dovevano aver lamentato il ritardo nell'arrivo delle tappezzerie; di fatto, a quella data, la spedizione non doveva essere ancora avvenuta.
(...) Il 18 giugno, contrariamente a quanto aveva prima garantito, deve confessare che gli arazzi sono stati effettivamente spediti da Bruxelles il 14 maggio, s'intende del 1631; così, calcolando “alla più longa [...] doi mesi, per strada”, si può prevedere che saranno a Cremona in buon anticipo sulla festa dell'Assunta; informa inoltre che i panni, prima d'essere imballati, sono stati esaminati da “persone perite”, le quali hanno potuto verificare che “la robba è di ottima bontà”.
La notizia che il carico era stato messo in viaggio questa volta rispondeva a verità: con lettera del 20 luglio il Dandeleu annuncia che è arrivata a Milano la prima “balla” e che, non appena saranno giunte le altre tre, provvederà immediatamente a indirizzarle a Cremona.
L'arrivo nella nostra città, dato ancora come imminente da una nuova lettera dell'intermediario in data 5 agosto, dev'essere avvenuto subito dopo; e dispiace che ad attestare la soddisfazione dei Fabbriceri al termine della laboriosa impresa, sia soltanto una divertente nota di “denari spesi in mandar salami, presciutti e mortadelle a Milano, donati al sig. Antonio Dandeleu per recognitione delle sue fatiche fatte in far venir le tapezzarie di Fiandra”. Un gesto gentile, e fors'anche indulgente, concludeva così, in perfetta linea con la tradizione cremonese, il travagliato percorso dell'acquisto degli arazzi.
Si potevano ora tirare le somme; e un documento senza data, ma da ritenere di poco posteriore al felice esito della vicenda, fa sapere che, mettendo insieme tutto, i nuovi addobbi per la Cattedrale erano costati lire 40 047 calcolate in moneta cremonese.

L'utilizzo

(...) Più che sapere in quale solennità furono esposti per la prima volta gli arazzi (e si è visto chiaramente che non poté essere la Pasqua 1631, ma piuttosto l'Assunta di quello stesso anno) c'interesserebbe accertare in quale modo essi ornavano la navata maggiore.
Il Puerari, a questo proposito, non ha mostrato alcuna perplessità quando ha scritto che i nuovi addobbi “vennero esposti nella Cattedrale appesi a cornicioni collocati tra i pilastri"'. E noi stessi, visto l'originario progetto dei committenti di esporre gli arazzi ai lati della navata maggiore, appendendoli al cornicione appositamente costruito, abbiamo ritenuto ovvia la sistemazione “tra i pilastri”; anche se qualche incertezza ci è sempre rimasta, non riuscendo a spiegarci in quale modo fossero state superate le obiettive difficoltà in cui si erano dovuti trovare i Fabbriceri quando, giunti gli arazzi a Cremona, avevano potuto confrontare sul posto la notevole diversità tra le misure dei singoli panni e quelle degl'intercolonni da riempire. Le distanze fra pilastro e pilastro, infatti, si diversificano tutte, l'una dall'altra, per una singolare e spesso rilevante irregolarità di larghezza. (...) Ancor più difficile poi, e addirittura impraticabile, sarebbe stata la sistemazione degli arazzi fra i pilastri qualora si fosse voluto esporli secondo l'ordine logico di sviluppo della storia di Sansone.
Senza dire, inoltre, che i valichi disponibili, sia pure chiudendo anche quelli antistanti la Piazzetta, e cioè il passaggio più praticato fra un transetto e l'altro, erano cinque per parte, e non sei quanti erano gli arazzi che s'intendevano stendere sui due lati per “coprire tutto il giro della nava maggiore”. Non resterebbe allora che pensare la possibilità di una diversa soluzione. Se, per esempio, il cornicione predisposto, anziché sulla linea mediana dei pilastri, fosse stato collocato quanto più possibile in sporgenza verso la navata, molte difficoltà sarebbero cadute e alcuni vantaggi si sarebbero potuti conseguire: la possibilità di esporre tutti i dodici panni, sei per parte, e in ordinata sequenza cronologica, nonché la realizzazione di quelle due cortine continue che, come si volle supporre, erano forse nelle intenzioni dei Fabbriceri. Ma anche un'ipotesi come questa, per quanto ingegnosa, non parrebbe facilmente accettabile. Oltre tutto essa sembrerebbe trovare una categorica smentita nell'incisione allegata al testo del Sinodo tenuto in Cattedrale dal vescovo Alessandro Litta nel 1727.


L'interessante stampa presenta gli arazzi - cinque per parte - appesi tra pilastro e pilastro all'altezza di una linea che corre appena sotto i rivestimenti lignei dei capitelli. A parte però che quell'adattamento degli arazzi fu del tutto occasionale, si deve riconoscere che l'attendibilità della rappresentazione è piuttosto compromessadalle troppe libertà che l'incisore si è evidentemente consentito: la delineazione dei soggetti raffigurati nei cornparti non si preoccupa affatto di riprodurre le scene come sono intessute nei panni, così come assolutamente arbitraria è la riduzione grafica della fascia degli affreschi sopra gli archi.


Non s'intende negare che in quella circostanza gli arazzi siano stati distesi tra i pilastri; si vuol dire soltanto che un'immagine così idealizzata non aiuta certo a capire come potesse in effetti realizzarsi la soluzione in essa esemplificata.
Vista insomma la complessità del problema, non nascondiamo d'essere stati tentati dal sospetto che i Fabbriceri, una volta venuti in possesso degli addobbi, si siano ridotti a praticare assai presto, se non fin dagli inizi, l'assurda soluzione di avvolgerli ai pilastri, così come si è visto fare nei decenni più vicini a noi: un tipo di utilizzo che, pur eludendo alcune difficoltà, non poteva certo soddisfare. L'avvolgimento, infatti, oltreché annullare gran parte della fruibilità delle scene, imponeva, allo scadere di ogni solennità, operazioni non soltanto gravose ma anche dannose; si può facilmente immaginare quanto le ripetute manipolazioni per appendere gli arazzi e per poi calarli a terra, potessero nuocere ai preziosi tessuti. Che dei guasti fossero già in atto è testimoniato da un'ordinazione della Fabbriceria in data 16 agosto 1676: “Inoltre hanno ordinato che il Sig. Giovan Battista Natali [...] faccia raccomodare le Tapezzarie dov'è il bisogno”.
Ma un'altra testimonianza, non meno interessante e per certi versi sconcertante, risaliva già a cinque anni prima, rivelatrice, a nostro avviso, di una non prevista situazione di imbarazzo in cui dovevano trovarsi i prefetti della Fabbriceria nei confronti degli arazzi. In data 13 agosto 1671, appena quarant'anni dopo l'acquisto degli addobbi, figura tra le ordinazioni della Fabbriceria la “Elletione del nob. Sig. Roncadelli per dar via le tappezarie di Fiandra, venendo l'occasione”. Nella carta si dà notizia che è pervenuta una richiesta da parte di persona non specificata, disposta ad acquistare le “Tapezzarie di Fiandra quelle quale si serve in adornar il Duomo”. Non se ne fece poi niente, ma è già significativo che la proposta sia stata presa in considerazione.
C'è ancora un documento però che, sfuggito sempre all'attenzione dei ricercatori, sembra rendere conto dell'imbarazzo dei Fabbriceri e fors'anche chiarire il dibattuto problema dell'utilizzo che fin da principio si fece degli arazzi.
E una delibera della Fabbriceria, in data 19 febbraio 1690, che vai la pena di rivedere: alla considerazione dei prefetti vien posta proprio la questione del modo con cui si espongono gli arazzi e degli inconvenienti che ne derivano; in particolare viene messa in discussione l'opportunità di “levare il cornisone [che] va per il longo [...] dove di presente si attacha le tapezzarie”; risulta infatti che i panni, così come vengono esposti, “levano la vista delli altari che sono dalle parti”.
I Fabbriceri, “fatto sopra di questo longo discorso”, decidono all'unanimità di ordinare “che si levi detto cornisone che va per il longo”, e non solo, ma si dispone anche “che detto cornisone, con la gionta che vi vorrà, si debba metterlo d'intorno alle colonne in quel miglior modo [che] si potrà” (...).

Un tentativo di alienazione

Il maggior rischio però le Storie di Sansone l'avrebbero corso verso la fine del secolo, quando la prospettiva di una vendita di tutta la serie sarebbe stata ben più che una tentazione, com'era avvenuto nel 1671.
Nella congregazione del 15 marzo 1885 si decide infatti, senza mezzi termini, “di procedere qualora si presentasse un buon affare, alla vendita degli arazzi”; e l'intento è dichiarato nella necessità di “procacciarsi i mezzi per raggiungere il vagheggiato isolamento esterno” della Cattedrale. Si voleva, cioè, portare avanti quel progetto di demolizioni, anche inconsulte, che, iniziato già nel 1859, sarebbe stato compiuto soltanto nel 1933, non senza contrasti e traversie di vario genere. Ma poiché, intanto, s'intende far progredire l'idea dell'alienazione degli addobbi, senza perdere tempo si chiama l'esperto d'arte Carlo Vedovelli per una valutazione dei pezzi e per una consultazione circa i passi preliminari da compiere.
Il Vedovelli, constatando che gli arazzi si trovano “in istato di continuo e sensibile deperimento” e che “ogni qualvolta che si devono esporre corrono il rischio di spezzarsi”, cerca di accelerare le procedure, chiedendo che sia affidato a lui l'incarico esclusivo di trattare l'affare. E siccome desidera essere confortato dal parere di un altro esperto, provoca una visita agli addobbi da parte del “competentissimo conoscitore”, l'abate Luigi Malvezzi di Milano (...). L'esperto milanese può esaminare tutti gli arazzi esposti per l'occasione nel Palazzo Vescovile e rilascia poi, in data 25 settembre 1885, una completa e particolareggiata relazione, intesa naturalmente, in primo luogo, a fornire una congrua valutazione commerciale dei panni, ma senza trascurare suggerimenti per gli opportuni restauri nel caso che l'alienazione progettata non andasse in porto.
Avendo rilevato il nome prestigioso della manifattura fiamminga da cui sono uscite le Storie di Sansone; ma avendo altresì notato che i colori dei tessuti “sono assai sbiaditi”; che “in molte parti [degli arazzi] sonvi lacerazioni e rattoppature male eseguite”; che i pezzi hanno dimensioni “straordinariamente grandi”; e che ciò ne rende più difficile la vendita, il competente abate conclude che “il giusto valore” dei panni è “di lire 10 000 cadauno”. Nel caso poi che la Fabbriceria dovesse desistere dal proposito di vendere la serie o non trovasse acquirenti, si consideri “di assoluta necessità il fare eseguire ai detti arazzi una generale ripulitura e rifoderatura [...] da persone di riconosciuta capacità”.
La relazione del Malvezzi arrivava alla Fabbriceria accompagnata da una lettera del Vedovelli, che segnalava la disponibilità dell’abate a sottoscrivere anche una diversa perizia, da mandare ai più importanti musei d’Europa e d’America, per un valore complessivo delle Storie di Sansone, non più di 120 000 lire, ma di ben 600 000 lire. Difficoltà e resistenze di vario genere dovettero poi intervenire a bloccare ogni trattativa, dal momento che quando il Vedovelli si farà vivo di nuovo, I’ll ottobre 1894, proponendosi stavolta come diretto acquirente degli arazzi per un prezzo dimezzato rispetto alla primitiva valutazione, la Fabbriceria stessa si mostrerà ormai infastidita anche del progetto di alienazione.
Si chiudeva così la più triste delle vicissitudini sopportate dagli arazzi, i quali rimasero in Cattedrale con tutti i problemi che ormai comportavano.

Nelle riproduzioni, partendo dall'alto: Dettaglio da "Sansone, divelte le porte di Gaza, le trasporta sulla montagna", "Sposalizio di Sansone con Dalila", arazzo intero e dettaglio che pone in evidenza la qualità delle figure "Sansone incontra la donna di Timna", "Gesù con i discepoli sulle rive del lago di Genezaret", particolare della "Sepoltura di Sansone", particolare di "Sansone si vendica facendo strage dei filistei", fregio di "Sansone si presenta alla casa della sposa ed è respinto", particolare di "Sepoltura di Salomone", incisione per il sinodo Litta, foto degli arazzi avvolti alle colonne della cattedrale, particolare dello "Sposalizio di Sansone". Gli arazzi delle "Storie di Sansone" vennero eseguiti dalla arazzeria di Jan Raes a Bruxelles nel 1629, su cartoni manieristi, autore probabilmente Gillio Mechelaon di Malines (è da escludere che i cartoni provenissero da disegni del Rubens, nonostante lo affermi il Natali). I due arazzi delle "Storie di Cristo" furono lasciati dal vescovo Cesare Speciano alla cattedrale con testamento del 1607 e sono opera dell'arazziere Martin Reymbouts di Bruxelles, attivo fino al 1619. In origine il cliclo era costituito da sedici tappezzerie, la serie era completa fino al 1795, ma nel 1890 erano rimasti a Cremona solo due panni. Gli altri erano stati venduti.

La panoramica de Il Vascello sugli arazzi de il Duomo si completa con la completa descrizione (da raggiungere cliccando qui) effettuata da mons. Achille Bonazzi sul restauro di " Sansone squarta il leone", accompagnata da foto spettacolari di insieme e dettaglio e con la foto del restauro, "Sansone divelte le porte di Gaza le porta in montagna".




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di Sab, 8 gen 2011