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Cittadella della Giustizia a Cremona in uno straordinario Palazzo restaurato

La storia della dimora Silva Persichelli, gioiello di Faustino Rodi, classico esempio di casa nobiliare


di Cesare Castellani su ricerche di Lidia Azzolini

(foto di di Antonio Leoni ©)




Non facile, riveduta e corretta, ma magnifica l'impresa di Faustino Rodi

L'architetto Rodi aveva da principio predisposto un progetto grandioso e innovativo che prevedeva l'accesso da via Ruggero Manna con una scala d'ingresso maestosa, ma fu proprio il committente a rinunciarvi per evitare la demolizione di alcune fabbriche preesistenti. Ne risultò, così, un'architettura assai sobria pur nell'enfasi monumentale del neoclassico.
La facciata principale spostata su via dei Tribunali si compone di un corpo centrale di poco più avanzato e soprelevato da un frontone classico, retto da telamoni. Seguono le ali laterali con la parte terminale leggermente aggettante.
Sostengono la gronda le mensole inflesse allungate in parete.
Un lieve bugnato, di differente modulazione nei due piani, avvolge tutta la facciata ove si trova la fitta teoria delle finestre, serrate al centro entro bianche paraste marmoree, completate da timpani triangolari; al centro si colloca anche il balcone schermato da pilastrini a bottiglia in marmo bianco. Dello stesso marmo è il portale.
L'ingresso immette in un breve portico su colonne ionico-rinascimentali, aperto sui due cortili che si fronteggiano per guidare, al coperto, allo scalone: il più ampio dei cortili è porticato su tutti i lati (gli archi del lato nord sono stati chiusi) mentre il cortiletto piccolo, porticato su tre lati, è impostato su una doppia loggia (poi chiusa) con balaustrate in marmo bianco.
Nel sottovolto sono collocati dei busti in stucco, rappresentanti dei cremonesi insigni, ed in quattro medaglie sono raffigurati, sempre a stucco, dei fatti storici della nostra città.
In ambienti del piano terra e del piano nobile restano su soffitti e pareti le eleganti decorazioni ottocentesche in stucco bianco a motivi vegetali e classici nella riscoperta dell'antichità
La costante ricerca di luminosità caratterizza gli ideali estetici neoclassici evitando i colori che possono oscurare gli ambienti.
Gli spunti classici si risolvono in elegante scioltezza, in raffinati accordi improntati a varietà di modanature leggere e riccamente disposte con raffinata abilità, la decorazione essendo intesa come perfetta corrispondenza di ogni parte del complesso architettonico-decorativo e dell'arredo.

Il restauro di Palazzo Silva-Persichelli, sede della Cittadella Giudiziaria, con l'imponente intervento finanziario del Ministero di Grazia e Giustizia, ha reso facilmente fruibile all'interno del centro storico cittadino un autentico gioiello architettonico ottocentesco.


Un restauro intelligente, perché ha potuto coniugare le esigenze del sistema giudiziario e di quanto occorre al suo corretto funzionamento, con la riqualificazione strutturale di uno degli edifici più cospicui della città, sia per importanza storica quanto per importanza dal punto di vista architettonico.
Il Palazzo, come lo vediamo ora, venne edificato nel 1799 dall'archietto Faustino Rodi su commissione del Marchese Giovan Battista Silva su un'area in precedenza appartenuta, secondo la famosa pianta di Antonio Campi, ad un certo Giovan Francesco Amidani, figlio di Sigismondo, ma passata in proprietà dopo moltissime vicissitudini al Marchese Silva per il corrispettivo di 47.000 lire cremonesi, in oro e argento.
I Silva erano una delle più cospicue famiglie cremonesi del diciottesimo secolo. Di origine milanese, s'erano notevolmente arricchiti soprattutto attraverso matrimoni contratti con appartenenti a nobili famiglie e la loro fortuna si era notevolmente incrementata dopo aver concesso un prestito di 2000 scudi al Duca Francesco II Sforza, prestito mai restituito.


Il Duca di Milano, per liberarsi dell'impegno, concesse ai rappresentanti della famiglia, per ben quattro generazioni, il titolo di Referendario della Città di Cremona che permetteva loro l'esazione e la gestione dei tributi della città.
Alla fine del Settecento la famiglia vantava un patrimonio amplissimo, valutabile a circa 10.000 pertiche oltre a ville e palazzi , non solo attorno a Cremona, ma anche nel milanese e nel parmense oltre che nello Stato Pontificio. Alla famiglia apparteneva pure una imponente raccolta di opere d'arte raccolte nei palazzi di Crema e Azzanello che comprendeva centinaia di quadri di pittori famosi tra cui, Marcello Venusti, Agostino Carracci, Correggio, Ribera, Guido reni, perugino, Giulio e Bernardino Campi.
Gian Battista Silva nominò suoi eredi i nove figli della sorella Lucrezia, sposata nel 1750 a Giulio Stanga Trecco e il palazzo in questione toccò a Teresa, andata sposa al Marchese Ercole Persichelli.
In seguito ad una interminabile controversia, il Palazzo con la maggior parte dei beni, passò alla famiglia Persichelli nel 1821.
L'ultimo dei Persichelli ad abitare l'edificio fu il Marchese Antonio il quale vi tornò dopo avere a lungo soggiornato in Toscana (a Pisa) ove il padre, terrorizzato dall'arrivo dei soldati di Napoleone che aveva fatto irruzione nel suo palazzo strappando, tra l'altro, a picconate lo stemma di famiglia, si era a lungo rifugiato.
Particolare curioso: al suo ritorno il marchese fece dono della casa adiacente alla chiesa di S. Lucia, in Via Ruggero Manna, al suo agente procuratore, l'ingegnere Luigi Anselmi, di sua proprietà (precedentemente parte del collegio dei padri Somaschi, in angolo all'odierna via Pettinari), casa che egli aveva comperato dal Demanio allorché i padri Somaschi erano stati soppressi. Il resto della casa rimase al parroco di Santa Lucia che aveva curato i beni della famiglia durante la sua lunga assenza. Il archese pose però una servitù, finora rispettata: quella di non costruire più in alto di un determinato livello. Questo livello era posto sul lato prospiciente del palazzo in via Ruggero Manna accanto all'ultima finestra del primo piano.In proposito c'era anche una lapide che sanzionava l'obbligo. Da qui, dalle sue finestre, infatti, il Marchese poteva ammirare il panorama della campagna che si estendeva sino al Po.


Antonio acquistò alcune case vicine, le fece demolire ed ampliò il palazzo. Durante i lavori di scavo delle fondamenta affiorarono alcuni interessanti reperti archeologici, soprattutto antiche imbarcazioni adagiate nel letto di un antico fiume che alcuni giudicarono essere l'Adda, ma che poi si riconobbe nel Po che anticamente scorreva in quel punto, mentre l'Adda passava anticamente a nord della città ( Via Beltrami non per nulla è ancora ricordata come Via Ripa d'Adda) per sfociare nel Po probabilmente vicino alla foce dell'Oglio.


Nel 1847-1848 il marchese Persichelli, con scrittura privata, cedette la casa ai Gesuiti a titolo di perpetua enfiteusi per 2 lire austriache annue onde vi collocassero il collegio voluto dal marchese Federico Fagnani di Milano per giovani nobili, ma con scuole anche aperte al pubblico.
I Gesuiti trasformarono gli interni del palazzo conformemente alle loro necessità, costruendovi anche una grande cappella dedicata alla Concezione di Maria Vergine, ora trasformata in aula d'Assise.
Il collegio venne aperto il 1 novembre 1853 ma poté funzionare per soli sei anni perché nei primi giorni del 1859, mutato lo stato politico della Lombardia, i Gesuiti dovettero fuggire precipitosamente per non tornare mai più e così l'edificio, seppur con qualche cautela per i diritti rivendicati dai Gesuiti, tornò agli eredi Persichelli.
Il marchese Antonio morì nel 1862 testando in favore del marchese Vincenzo Stanga", figlio primogenito di Giulio sposo della cugina, contessa Maria Attendolo Bolognini, morta a trentotto anni nel 1865 dopo avergli dato ben nove figli.
L'edificio divenne sede di numerosi uffici pubblici perché Vincenzo risiedeva a Milano. Tra i primi provvedimenti adottati dopo l'unità d'Italia vi fu l'acquisto di una sede della Corte d'Assise per la quale venne comprato da Giulia Bolzesi, figlia del podestà Gaetano, sposata Mina una parte dell'attuale palazzo della provincia,
Tale sede si dimostrò subito inadatta per cui si pensò a un altro palazzo col quale poterla permutare: si decise per il palazzo ex Persichelli di proprietà, appunto, di Vincenzo Stanga ma le trattative furono lunghe.
Il palazzo ex Maffi che Giulia Bolzesi aveva acquistato per 131.282,83 lire venne venduto dai suoi figli al comune per 121.200 lire, mentre la casa ex Persichelli venne valutata 144.000 lire.
Al momento dell'acquisto, esistevano per terra molte colonne poi utilizzate durante la fase di riordino del cortile. Le colonne che oggi vediamo nel cortile non sono quelle originali che furono vendute al marchese Ala Ponzone durante il rifacimento della sua residenza in corso Vittorio Emanuele ad opera dell'architetto Visioli per la corte d'onore. Su una colonna di fronte allo scalone del nostro palazzo è incisa la data 1777 a lungo ritenuta la data d'inizio della costruzione dell'edificio ad opera del Rodi ma Elia Santoro asserisce che l'anno d'inizio fu il 1781, ricavandolo da un allegato alla pratica del marchese Antonio Persichelli del 1847.




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di Dom, 29 mar 2009.