Tradizioni e ambiente locale



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Le grandi inchieste de "Il Vascello": Forza Italia in Provincia ha presentato a suo tempo una proposta che provocherebbe nel cremonese un disastro.Come confermano i parametri di uno dei massimi esperti del CNR

Cremona centro di produzione di biocarburanti! Follia che accelerebbe la desertificazione del territorio e incrementerebbe l'emergenza idrica

Mozione del consigliere Carlo Rusca a fronte del continuo aumento del prezzo del petrolio - Ennesima dimostrazione della povertà della politica cremonese - Sotto ogni profilo, compreso quello economico, gli svantaggi sono enormi e particolarmente dove la monocultura agricola ha già provocato danni forse irreversibili alla fertilità di uno dei territori più produttivi del mondo e dove la crisi idrica è un problema ad ogni anno ricorrente - Occorre che i cremonesi si attivino perché non si attui anche questa azione sciagurata

Nella fotografia di Antonio Leoni©: Una stazione di servizio di biocarburanti in Brasile, si noti lo stato di degrado, i brasiliani si adeguano obtorto collo a una decisione del governo che sta distruggendo la foresta amazzonica.


Una inchiesta di Antonio Leoni


Il consigliere provinciale Carlo Rusca ha presentato e risollecitaato in numerose circostanze in Provincia azioni nelle quali si chiede di “organizzare a Cremona un convegno di livello regionale sul tema dei biocarburanti e attuare tutte le iniziative possibili affinché Cremona diventi “distretto” per lo studio e la produzione di biocarburanti di derivazione vegetale”.
Che un consigliere di Forza Italia (e derivati...) si adegui immediatamente a un obiettivo evidente del liberismo selvaggio non fa troppa specie, ma risulta folle per non dire scandaloso che un cremonese privilegi addirittura il proprio territorio per farne la cavia.
Certo il tema è di facile presa demagogica: il prezzo del petrolio cresce ed allora perchè non ricorriamo alle fonti di energia rinnovabile? Sembra una bella idea. Approfittiamo, anzi addirittura diventiamo la mosca nocchiera del nuovo orizzonte dell'umanità. Un vantaggio e una furbata, insieme.
Perchè Rusca da cremonese non doveva avanzare una proposta così terribile?

Per due motivi che lo pongono in contraddizione anche verso prese di pozione esercitate dal suo gruppo.


Per produrre un litro di etanolo servono, nell'intero ciclo di produzione, ben 4560 litri di acqua. Come la mettiamo allora con i grandi lamenti che a nome degli agrari ha avanzato anche Forza Italia nella ricorrente crisi idrica? Chi resiste a sostenere che bisogna comunque utilizzare il territorio per produrre biocarburanti, regge la sua richiesta sul fatto che l'acqua non costa niente. Ma si dovranno porre limiti e costi al suo utilizzo. E quando inevitabilmente accadrà, spenderemo ancora di più e in compenso ci resterà soltanto il disastro ambientale che le colture di soia o di mais intensive avranno incrementato.


La seconda ragione di una netta opposizione, infatti, è che in contraddizione con la affermata volontà di corrispondere a un impegno ambientalista, la produzione di biocarburanti promuove , l'incremento della monocoltura - con un sostanziale aiuto degli OGM di produzione prevalentemente USA - ovvero di quella forma intensiva di produzione del mais e di altre colture vegetali che negli anni hanno prodotto una progressiva desertificazione del territorio cremonese (nei fatti, anche se non si vede) . L'impoverimemento è tale che può consentire a un tecnico illuminato come Cervi Ciboldi di asserire che occorrerebbero almeno trent'anni di interventi massicci e mirati per ripristinare la fertilità di un terreno che fu tra i migliori al mondo.

Qualcuno poco interessato ai problemi del territorio e dell'umanità potrebbe infischiarsene del tutto, sostenendo che se costa meno trainare qualche bella gnocca, a lui va benissimo. Ma non possiamo ammettere che un simile pensiero sfiori Rusca, ovvero un rappresentante del popolo che ha il suo dovere morale. Evidentemente Rusca crede di avere solidi argomenti. Mi sostiene il parere di uno dei massimi esponenti del CNR nel campo, Pietro Porrino che dirige l'Istituto di Genetica Vegetale.


Quanto il cittadino eventualmente risparmirebbe, si scarica su altri prezzi, quelli degli alimentari ad esempio.
Le scorte mondiali di cereali stanno calando: nel 2000 bastavano ad alimentare l’umanità per 115 giorni, nel 2008 basteranno per 53 giorni. Otto anni di calo consecutivo, e il punto più basso nel mezzo secolo precedente.Il dato è del ministero dell’Agricoltura americano (USDA).
Quanto a Darry Qualman, esperto canadese (il Canada è fra i massimi produttori di granaglie) accusa varie cause: scarsità crescente di acqua, aumento della popolazione, degrado della fertilità dei terreni, rincaro dei fertilizzanti. Il tutto è peggiorato, appunto, dalla crescente produzione di bio-carburanti, che sottraggono le granaglie al consumo come alimento.

Per esempio, l’America destina ormai un quinto dei suoi raccolti di granturco alla produzione di etanolo, contro il 4% del 2000.

I prezzi del granturco sono raddoppiati nell’ultimo anno.
L’India è tornata ad essere una importatrice di frumento, per la prima volta dal 1975.

E la Cina  diverrà deficitaria dal 2008.

Tutto ciò ha ricadute a catena nel settore finanziario. Si misura nelle nostre tasche la «ag-flation» o «food inflation», il rincaro inflazionistico dei  prodotti agricoli.

«L’agro-inflazione persistente indurrà le Banche Centrali europee a mantenere una politica monetaria restrittiva», dice Juergen Michels, analista economico per l’Europa al Citigroup. Come non bastasse la crisi dei mutui americani. Tutto ciò si accompagna ad un consumo esagerato di acqua che, come diremo poi, non può restare in eterno gratuita se si vuole contrastatre gi effetti della desertificazione del mondo.


Ma l'ambiente val bene un sacrificio, potrebbe obiettare il nostro Rusca.
Ed eccoci a Pietro Porrino dell'Istituto di Genetica Vegetale del CNR.
Rusca fa cenno nella sua mozione alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Porrino: “E’ una vera follia. Infatti, secondo numerosi studi, un litro di biocarburante, ottenuto, per esempio, da semi di colza (biodiesel) o da barbabietola da zucchero (bioetanolo), richiede più energia di quella fornita e il C liberato non è sensibilmente diverso da quello della benzina. I bilanci energetici ed i risparmi di C si fanno risultare positivi perché si ignorano, forse volutamente, i costi energetici e le emissioni di C relativi a: semina, fertilizzazioni, trattamenti, mietitura, trebbiatura, trasporto, conservazione, trasformazione, raffinazione, distillazione, infrastrutture e distribuzione. Attività che consumano carburanti fossili. I bilanci diventano ancora più negativi se i biocarburanti o la materia prima per produrli devono essere trasportati da un paese all’altro. E’ quanto già avviene".
"E’ chiaro, quindi, che i biocarburanti, presentati come prodotti agricoli, sono carburanti fabbricati quasi interamente con combustibili fossili.”.


Ed allora perchè gli USA hanno incrementato la produzione di biocarburanti?


Contro queste evidenze, in effetti, George W. Bush prevede per il 2050 di sostituire il 30% della benzina consumata negli USA con biocarburanti; Tony Blair prevedeva di usare biocarburanti da olio di semi di ricino e di palma importati; l’UE ammette per il 2015 di arrivare all’8% di biocarburanti e sta coltivando piante bioenergetiche, garantendo sgravi fiscali, mentre la normativa sulla messa a riposo dei terreni (set-aside), indispensabile per conservare la biodiversità, rischia di essere ritirata per favorire le piante bioenergetiche, che farebbero risparmiare lo 0,3% d’emissioni di C. Queste valutazioni pessimistiche hanno spinto le industrie a produrre biocarburanti nei paesi del Terzo Mondo, dove, ora ci viene detto, c’è molta terra per piante bioenergetiche. Quando volevano favorire le colture geneticamente modificate c’è stato detto, invece, che non c’era abbastanza terra e che queste colture erano necessarie per sfamare il mondo. Ora, le Biotech le vogliono usare come bioenergetiche, sperando in meno regole da rispettare.
La pressione sulla terra da parte di colture alimentari e bioenergetiche accelererà la deforestazione, il riscaldamento globale e l’aumento dei prezzi degli alimenti. I crediti di C chiesti dai paesi ricchi che importano biocarburanti sono falsi, in quanto l’emissioni vengono caricate ai paesi produttori del Terzo Mondo.
Per questi ed altri motivi, i biocarburanti ottenuti dalle colture sono insostenibili
”.


Come la mettiamo, allora, con le emissioni C?


“I biocarburanti ottenuti dalle colture sono stati promossi ed erroneamente percepiti come “C neutrali”, cioè come carburanti che non aggiungono all’atmosfera alcun gas serra; secondo i sostenitori bruciarli significherebbe semplicemente emettere nell’atmosfera l’anidride carbonica che le piante hanno assorbito dall’atmosfera durante il loro ciclo vitale. Ciò è falso, in quanto ignora i costi d’emissione di C e d’energia dei fertilizzanti e pesticidi usati per l’allevamento delle colture, l’uso delle attrezzature agricole, il processamento e la raffinazione dei prodotti agricoli, il trasporto e le infrastrutture per il trasporto e la distribuzione. Questi altri costi per la produzione d’energia ed emissioni di C possono essere piuttosto consistenti, specialmente se i carburanti sono prodotti in un paese per essere esportati in un altro, oppure, peggio ancora, se la materia prima, come l’olio di seme, è prodotta in un paese per essere rifinita in un altro. In generale i biocarburanti forniscono un bilancio energetico modesto o negativo, nell’arco del ciclo vitale della pianta. Infatti, quando il bilancio energetico è correttamente calcolato è quasi sempre negativo, il che significa che l'energia contenuta nel biocarburante è inferiore alla somma dell'energia spesa per produrla. È probabile che se includiamo tutti i costi anche il risparmio di C risulta ugualmente sfavorevole”.


Alcuni Paesi hanno però già fatto, e da anni, la scelta dei biocarburanti. Con quale vantaggio?


Le foreste tropicali rappresentano il serbatoio più ricco di C ed allo stesso tempo il più efficace bacino di raccolta di C del mondo. Le stime calcolano valori alti, tali come 418 t C/ha depositato e da 5 a 10 t C/ha sequestrato in un anno, di cui il 40 % è sotto forma di C organico. Il deposito di C durante la crescita di vecchie foreste sarebbe persino maggiore, e secondo un nuovo studio svolto nel Sud-Est della Cina, il C organico del suolo, solo nei primi 20 centimetri più superficiali del suolo di tali vecchie foreste, aumenta in media con una percentuale di 0,62 t C/ha ogni anno, in un periodo compreso tra il 1979 ed il 2003. Quando le foreste tropicali sono tagliate con una frequenza di più di 14 mila ettari all’anno, circa 5,8 Gt C (Giga: Miliardi di tonnellate) sono liberati nell'atmosfera, di cui solo una frazione viene risequestrata dalle piante.
Questa ulteriore pressione sulla terra svolta dalle colture bioenergetiche significherà ancora più deforestazione, maggiore accelerazione nel riscaldamento globale ed estinzione di specie.


Vaste estensioni della foresta Amazzonica in Brasile sono state già distrutte per coltivare soia destinata ad alimentare l'industria della carne. Aggiungere alla richiesta anche i biocarburanti di soia causerebbe la morte dell’intera foresta. Allo stesso tempo, piantagioni di canna da zucchero che alimentano l’enorme industria di bioetanolo del paese hanno invaso anche l’Amazzonia, anche se non tanto quanto la foresta Atlantica ed il Cerrado, un ecosistema di prateria molto bio-diverso, di cui due-terzi sono stati già distrutti o sono degradati.
La pressione sulle foreste in Malesia e Indonesia è ancora più devastante. Un Rapporto dell’Associazione “Amici della Terra”, Il Petrolio per un Pazzo Scandalo (The Oil for Ape Scandal) rivela che tra il 1985 ed il 2000 lo sviluppo di piantagioni di palme da olio
(nel disegno) fu responsabile, secondo una stima, dell’87 % di deforestazione in Malesia. In Sumatra e Borneo, sono stati distrutti 4 milioni di ettari di foreste per coltivare palme ed è stata programmata la deforestazione di altri 6 milioni di ettari in Malesia e 16.5 milioni di ettari in Indonesia”.
"La palma da olio ora viene considerata come “diesel da deforestazione”, in quanto la produzione di palma da olio in Indonesia e Malesia è proiettata ad aumentare drammaticamente con la febbre del biocarburante. E’ stato programmato che la produzione attuale mondiale di olio da palma, superiore a 28 milioni di tonnellate per anno, deve raddoppiare entro il 2020. La Malesia, leader nella produzione ed esportazione di olio da palma, sta per rendere obbligatoria la presenza del 5 % di diesel ottenuto da palma da olio entro 2008, mentre l'Indonesia prevede di dimezzare il suo consumo nazionale di petrolio entro il 2025, da rimpiazzare con biocarburanti. La Malesia e l'Indonesia hanno annunciato un impegno comune per cui ciascuna deve produrre 6 milioni di tonnellate di olio da palma greggio per anno per aumentare la produzione di biocarburanti”.


La produzione di etanolo provoca soltanto deforestazione?


Le colture bioenergetiche impoveriscono di minerali il suolo e riducono la sua fertilità, specialmente a lungo termine, rendendolo inadatto alla crescita di piante alimentari. Il trattamento dei rifiuti di tutti i biocarburanti ha degli impatti negativi e sostanziali sull'ambiente che devono ancora essere stimati e considerati adeguatamente. Sebbene alcuni biodiesel possano essere più puliti del diesel, altri non lo sono. La combustione del bioetanolo genera mutageni e cancerogeni e aumenta i livelli di ozono nell'atmosfera”


Nel cremonese la scelta prevalente per la produzione di biocarburanti sarebbe la coltivazione della soia....


La soia è certamente la scelta peggiore perché dà un bassissimo bilancio energetico e risparmio di C”


Il consigliere Rusca corrisponde forse inconsapevolmente peraltro a una precisa sollecitazione degli agrari non solo cremonesi ed in generale anche del mondo industriale .


La stampa italiana riporta una serie di inesattezze, in parte dovute ad ignoranza ed in parte dovute a sponsorizzazioni da parte di imprese interessate alla costruzione di impianti di trasformazione o all’importazione o esportazione di biomasse o di prodotto finito. Imprese che guardano solo al profitto in tempi brevi. Sono biomasse le piante, i rifiuti industriali ed i rifiuti agricoli. Se si pensasse di utilizzare come fonte di energia i rifiuti industriali ed i rifiuti agricoli, escludendo le piante, allora i biocarburanti potrebbero essere i benvenuti, ma come già sottolineato le industrie sono invece interessate ad utilizzare soprattutto le piante.
Persino specialisti, uomini di cultura e soggetti politici di destra e di sinistra, male informati, incoraggiano l’uso delle piante per produrre biocarburanti, anche attraverso incentivi fiscali ad hoc.
Quelli più spavaldi pensano addirittura di usare piante geneticamente modificate (GM), dimenticando tutti gli aspetti negativi delle piante transgeniche
.


Ma il problema energetico è sempre più incombente...


Lo scenario attuale mondiale offre al problema energetico diverse soluzioni alternative ai carburanti fossili e tutte rinnovabili o meno inquinanti o a basso impatto ambientale. Tra queste: l’energia idroelettrica, eolica, solare, oceanica, geotermica e l’uso di biomasse di scarto, che comprende i rifiuti organici urbani, industriali ed agricoli. L’unica soluzione intelligente al problema energetico ce la offre la natura, che suggerisce di conservare e riciclare le risorse naturali attraverso processi e ritmi accettabili. Un’altra fonte alternativa, di cui pochissimi parlano, è il risparmio. Infatti, ogni giorno assistiamo a comportamenti umani molto discutibili sull’uso delle risorse che la natura ci mette a disposizione: si tende più a sprecare che a risparmiare in un mondo spinto più a competere che a collaborare. Il futuro dell’uomo ed altre specie viventi dipende da come gestiremo quello che ci offre la natura e sino a questo momento i meccanismi biologici fondamentali ci insegnano che due sono le strategie della vita: conservare e riciclare. La ricerca dovrebbe essere indirizzata verso la produzione di biocarburanti utilizzando meglio i prodotti di scarto, tra cui quelli agricoli e specialmente la cellulosa. E’ quanto qualcuno sta pensando di fare ma al momento non trova finanziatori. I ricercatori e le imprese che hanno un codice etico dovrebbero far sentire di più la loro voce e le proprie ragioni ed opinioni”.


Il quadro è desolante e lo diventa ancora più se si valuta che per il momento nessuno sembra prendere sul serio la necessità di andare almeno all'altro nodo del problema, quello che si può localmente affrontare. Parliamo delle spreco d’acqua.
Sottoponiamo a metà di questo servizio. una tabella desolante: l’ Italia è tra i maggiori consumatori d’acqua del mondo. Paesi civilissimi dimostrano che si può e si deve fare meglio.
Eliminare lo spreco che deriva da impianti obsoleti di distribuzione, ma nel contempo occorre una corretta gestione delle acque reflue e di scarico. Solo questo provvedimento ha permesso ad una multinazionale come la Nestlè di risparmiare acqua pari a quattordicimila piscine olimpioniche.

L’agricoltura impegna gran parte dell’acqua estratta a livello mondiale, il 70 - 80%, ed il consumo è in continua crescita: occorrono 5000 tonnellate d’acqua per produrre un chilo di riso e circa 1200 per una tonnellata di grano. É indispensabile investire (e qualcuno lo ha fatto) in sistemi di irrigazione non dispersivi. Persino negli alimenti lo spreco è enorme. Due esempi tra i molti: per imbottigliare un litro di acqua minerale ne occorrono quasi due nel processo di produzione, per un litro di birra dai cinque ai sei litri.

Vanno abbandonate proposte massacranti per il territorio.

L'energia scorre intorno a noi ma non vogliamo raccoglierla (anche per loschi interessi)

di Claudio Bertani

Parliamo della crisi energetica. Il pianeta può risolverla? Esempi semplici.
Non possiamo continuare a spostare le merci con il mezzo meno efficiente che esiste, ossia il camion! A fronte di una tonnellata spostata, la nave (fluviale e marina) consuma circa il 35% dell’energia rispetto alla strada, ed un buon 15% in meno rispetto al treno. I costi di personale, poi, sono sensibilmente minori: perché, nel Nord Europa, usano i canali? Perché risparmiano, e tanto.

Da noi non esistono? Sbagliato. Esistevano, ma sono stati dimenticati! Per secoli, il sistema di trasporto della valle padana furono il Po ed i canali collegati (Navigli, ecc), mentre l’Italia peninsulare sfruttava il cabotaggio
Alcuni dati? Il primo mercantile – in qualche modo “italiano” – spinto dal vapore fu una nave napoletana, ed a comandarla, nel 1848, fu il C.te Giuseppe Libetta di Peschici (FG). Il trasporto fluviale italiano, è passato dalle 16 milioni di tonnellate del dopoguerra alle attuali 1,5: un bel progresso!

Non abbiamo fiumi e canali navigabili? Errore: c’erano ma, a differenza del resto d’Europa, ce ne siamo dimenticati e non li abbiamo più curati. Nemmeno il grande Danubio, senza costanti opere di manutenzione, è navigabile! Forse, da noi, si preferisce puntare sul bilancio della Società Autostrade? Probabilmente così è, ma allora non tiriamo in ballo l’energia se i trasporti costano troppo!

Non esistono flussi d’energia in grado di sostituire gli attuali 10 miliardi di TEP , necessari per far funzionare il pianeta? E chi lo ha detto?
Non cito la Confraternita delle Energie Danzanti, ma l’Agenzia Statunitense per l’Energia e l’Università di Stanford: la prima, nel lontano 1991, dichiarò – dati alla mano – che la fonte eolica era in grado di soddisfare l’intero fabbisogno americano con l’installazione degli aerogeneratori in tre soli stati: Kansas, North Dakota e Texas. Nel 2005, a Stanford, rifecero i calcoli e s’accorsero che la valutazione era ancora sottostimata.
La stessa Enelgreenpower – l’italiana ENEL – afferma che la fonte eolica, nel pianeta, è in grado di fornire 4 volte l’intero fabbisogno mondiale del 1998, ossia più di tre volte (approssimativo) di quello attuale.
Se qualcuno ha ancora dei dubbi, rifletta che il sole – ogni anno – invia sulle sole aree desertiche del pianeta l’equivalente di 5.500 miliardi di tonnellate di petrolio: una quantità d’energia pazzesca, pari a circa 500 volte l’intero consumo mondiale. Sui soli deserti.
Inoltre, ci sono ancora ampi margini di captazione per il piccolo e medio idroelettrico: l’esempio del piccolo comune di Varese Ligure è esplicativo. Dopo l’installazione di quattro aerogeneratori (ed aver ripianato i conti del comune grazie alla vendita d’energia), è stata installata una turbina sulla conduttura dell’acquedotto, che ha una caduta di 120 metri ed una portata di 8.3 litri/secondo, la quale aziona un alternatore e produce circa 20 MW/h l’anno. Si realizzerà a breve un progetto sul torrente Carovana, con due turbine che produrranno circa 1390 MW/h annui.
Questo, in un piccolo comune dell’entroterra ligure con circa 2.000 abitanti.
Oggi, stiamo scoprendo – dopo aver cementato anche le tazze dei cessi – che i grandi fiumi avevano le loro, naturali protezioni contro le alluvioni: le aree di barena e le lanche.

Ebbene, con un uso intelligente delle acque dei fiumi, si possono cogliere due risultati, entrambi importanti sotto il profilo energetico: il trasporto fluviale e la generazione d’energia elettrica da basse cadute, mediante le turbine Kaplan. Non erano forse in funzione, cent’anni or sono, i “mille mulini del Po” di Bacchelli? Se non basta la storia, anche la letteratura ci può aiutare ad aprire gli occhi.
I russi – che, riconosciamolo, hanno ben altri fiumi – hanno una potenza massima installata, sulle centrali dei fiumi, di 50.000 MW. E’, all’incirca, il massimo che riesce ad erogare la rete italiana.

Ancora: le correnti sottomarine. Riflettiamo che un metro cubo d’acqua pesa una tonnellata e si sposta, nei passaggi obbligati (stretti, ecc), ad una velocità prossima ai 3-5 nodi, ossia 5-9 Km/h. Qualche tentativo è stato fatto – in Gran Bretagna ed in Norvegia – per sfruttare questi enormi flussi d’energia, ma siamo ai primordi.

E la geotermia? Gli islandesi, da sempre attenti al settore, hanno iniziato a sfruttare – oltre ai letti caldi ed ai geyser (nella foto) – le caldere dei vulcani in attività, ossia cercano d’incanalare l’energia termica presente nelle caldere. Anche qui, però, siamo ai primi passi.
Invece di perderci nelle mille diatribe per stabilire se il fotovoltaico è conveniente (paragonandolo al petrolio), cerchiamo di stabilire se un diverso sistema d’approvvigionamento energetico è fattibile. Oggi, siamo abituati a considerare l’energia come qualcosa che si crea (Uranio a parte) bruciando qualcos’altro. E’ proprio questo retaggio storico, radicato da millenni, che dobbiamo modificare. L’energia, scorre intorno a noi: basta attrezzarsi per raccoglierla e convogliarla.
La grande firma sulla sciagura del biocarburante, la opzione che incentiva i prezzi alimentari e l'inquinamento

E se il petrolio provenisse dal centro della terra? La tesi dei russi sconvolge le speculazioni USA

La cosiddetta teoria abiotica non è più da dimostrare ma la carta vincente di Putin e C. - Dal che derivano le tensioni politico militari con gli americani
Il lettori de “Il Vascello” non potranno dire di essere stati colti di sorpresa dall'incremento dei prezzi dei generi alimentari ed in particolare della pasta e dei derivati del frumento e del mais. Avevamo informato della crisi sei mesi fa quando nessuno ancora badava al mutato orizzonte internazionale ed al calo poderoso delle scorte mondiali. Determinato da una scelta sciagurata partita a suo tempo dal Brasile e oggi incentivata dagli USA, quella del biocarburante derivante dalle culture intensive e OGM di frumento, mais, soia, palma da olio a danno delle foreste. Un attentato impressionante all'ambiente. Su questo argomento è espressa qui a sinistra una decisa presa di posizione de “Il Vascello” contro una proposta di Forza Italia di passare a questa opzione anche nel cremonese, desertificando del tutto un territorio già fortemente provato dalla monocoltura e periodicamente in crisi di siccità. Per produrre un litro di biocarburante occorrono 4560 litri d'acqua!
Il tutto viene giustificato dalla ipotesi che il petrolio sia in via di esaurimento. Da qui i lauti profitti delle compagnie petrolifere e dei paesi tradizionalmente produttori.
Ma in Russia, e nessuno ne parla,ovviamente, l'ipotesi viene fortemente smentita.
Ecco alcuni stralci di uno studio di F.William Engdahl, famoso analista americano che si prepara a un altro intervento sconvolgente, il prossimo libro sarà “Seeds of Destruction : The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (Le sementi della distruzione : l’agenda segreta delle manipolazioni genetiche). Lo ringraziamo per la concessione a pubblicare ampi stralci del suo ultimo intervento su petrolio.


di F. William Engdahl


La buona notizia è che gli scenari catastrofici che prevedono che l’umanità sia sul punto di essere priva di petrolio sono sbagliati. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio continua ad aumentare. Il picco petrolifero non è problema nostro. Problema nostro è la politica! Sono i grandi petrolieri che vogliono mantenere alto il prezzo del petrolio. E Dick Cheney e i suoi amici sono del tutto disponibili a prestare loro aiuto. Nel 2003, ero interessato ad una certa questione, che viene definita come la Teoria del Picco del Petrolio. Questa Teoria sembrava spiegare la decisione di Washington, altrimenti non spiegabile, di rischiare tutto in un’aggressione militare contro l’Iraq.
I difensori della Teoria del Picco del Petrolio, con alla testa il vecchio geologo Colin Campbell del British Petroleum e il banchiere del Texas Matt Simmons, sostengono che il mondo deve far fronte ad una nuova crisi, cioè alla fine dell’era del petrolio a buon mercato, e che il Picco Mondiale del Petrolio potrebbe avvenire nel 2012, se non addirittura nel 2008. Le riserve del petrolio sarebbero presumibilmente alle loro ultime gocce. In questo modo, hanno fatto scatenare il forte rialzo dei prezzi del petrolio e dei carburanti, e, per provare che avevano ragione, hanno messo in evidenza il declino della produzione nel Mare del Nord, in Alaska e in altri bacini petroliferi.
Secondo Campbell, il fatto che, dopo il ritrovamento dei suddetti giacimenti verso la fine degli anni Sessanta, nessun nuovo giacimento di dimensioni raffrontabili a quelli del Mare del Nord sia stato scoperto, ne è la prova. Secondo certe informazioni, sarebbero arrivati allo stesso convincimento anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia e il governo Svedese. Tuttavia, questo non prova che Campbell abbia ragione.

Fossili intellettuali?

La corrente del « picco petrolifero » poggia la sua teoria sui convenzionali manuali occidentali di geologia, la maggior parte dei quali scritti da geologi Statunitensi o Britannici, che affermano che il petrolio è un « combustibile fossile », un residuo, o un rifiuto biologico, di resti fossili di dinosauri, di alghe o di altri organismi, con ciò designando il petrolio come un prodotto a termine (...)
Una teoria completamente differente sulla formazione del petrolio è apparsa in Russia all’inizio degli anni Cinquanta e praticamente non ha trovato riscontri in Occidente. Questa teoria afferma che la teoria tradizionale Statunitense sulle origini biologiche è una assurdità priva di fondamenti, che resta indimostrabile. I Russi sottolineano come i geologi occidentali hanno previsto a più riprese la fine del petrolio nel corso del secolo scorso, mentre loro si aspettano di trovarne sempre di più.
Questa spiegazione sulle origini del petrolio e del gas naturale non costituisce un fatto che attiene unicamente alla teoria. L’emergenza della Russia, e in precedenza dell’URSS, in quanto più grande produttore al mondo di petrolio e di gas naturale, si basa sull’applicazione della teoria al mondo della pratica. Questo ha conseguenze geopolitiche di vasto respiro.

La necessità è madre dell’inventiva

Negli anni Cinquanta, sotto il velo della « cortina di ferro », l’Unione Sovietica doveva affrontare l’isolamento da parte dell’Occidente. La Guerra Fredda segnava il suo culmine. La Russia aveva scarsità di petrolio per fare girare la sua economia. Trovare sul proprio territorio quantità bastanti di petrolio diventava una priorità di sicurezza nazionale, invocata dalle più alte autorità.
Verso la fine degli anni Quaranta, gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze, in collaborazione con quelli dell’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze, davano inizio ad una ricerca fondamentale : “Da dove deriva il petrolio?”.
Nel 1956, il professor Vladimir Porfir’yev presentava le loro conclusioni : “Il petrolio greggio e il gas naturale non hanno alcuna intrinseca relazione con la materia biologica tipica della superficie terrestre. Si tratta di sostanze primitive che sono scaturite dalle profondità abissali.”
I geologi Sovietici arrivavano a capovolgere completamente la geologia ortodossa Occidentale. Definivano la loro teoria sulle origini del petrolio come « abiotica », vale a dire come non biologica, per differenziarla dalla teoria occidentale sulle origini biologiche.
Se questa teoria abiotica avesse un fondo di ragione, le riserve di petrolio sulla Terra sarebbero limitate solamente dalla quantità di costituenti idrocarburici presenti nelle viscere della Terra al momento della sua formazione. Allora, la disponibilità di petrolio dipenderebbe unicamente dalle tecnologie di perforazione di pozzi ultra profondi e di esplorazione delle regioni interne della Terra. I Sovietici avevano inoltre realizzato che vecchi giacimenti avrebbero potuto essere riattivati e quindi avrebbero potuto continuare a produrre, come giacimenti che si riempivano nuovamente da sé medesimi. Veniva affermato che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di alte temperature e di altissime pressioni paragonabili a quelle richieste per la formazione dei diamanti. « Il petrolio è un materiale primitivo di origine abissale, che viene inoltrato sotto alte pressioni verso la crosta terrestre, tramite eruzioni “a freddo” », dichiarava Porfir’yev.
Il suo gruppo di ricerca aveva scartato l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti fossili vegetali ed animali e considerava questo assunto come una cosa buffa concepita per perpetuare il mito dell’approvvigionamento limitato.

Sfidare la geologia tradizionale

L’approccio scientifico russo ed ucraino, che differiva in modo radicale sulle origini del petrolio, ha consentito all’URSS di fare immense scoperte di gas e di petrolio in regioni giudicate in precedenza poco disponibili alla presenza di petrolio, secondo le teorie delle esplorazioni geologiche occidentali. La nuova teoria sul petrolio è stata utilizzata agli inizi degli anni Novanta, ben dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, per estrarre petrolio e gas naturale in una regione considerata per quarantacinque anni come un bacino geologicamente sterile, il bacino del Dnieper-Donets, situato fra la Russia e l’Ucraina.
Seguendo la loro teoria abiotica, (non fossile), sulle origini abissali del petrolio, i geofisici e i chimici russi ed ucraini, tecnici del petrolio, hanno dato inizio ad una indagine dettagliata del passato tettonico e della struttura geologica del sottosuolo cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo le analisi tettoniche e sulla struttura profonda di quel settore, quei tecnici hanno messo in atto indagini geofisiche e geochimiche.
Venivano trivellati complessivamente 61 pozzi, 37 dei quali diventavano commercialmente produttivi, quindi veniva raggiunta una percentuale estremamente impressionante di successi esplorativi, attorno al 60%. La dimensione del campo scoperto era raffrontabile al North Slope in Alaska. Per contro, le trivellazioni selvagge degli Stati Uniti venivano considerate un successo con una percentuale di riuscita del 10%. Nove su dieci pozzi potevano quindi essere definiti come “dei buchi secchi”.
Le introspezioni geofisiche Russe, che hanno permesso di trovare petrolio e gas, venivano ermeticamente avviluppate dalla tradizionale cortina tipicamente sovietica sulla sicurezza dello stato durante l’era della guerra fredda, e le loro modalità sono rimaste in gran parte sconosciute ai geofisici occidentali, che hanno continuato ad insegnare le origini fossili e, di conseguenza, anche i pesanti limiti fisici del petrolio.„
Lentamente, la teoria abiotica è cominciata a spuntare nell’ambito di qualche stratega, all’interno e sull’intorno del Pentagono, ben dopo la guerra contro l’Iraq del 2003, in vista del fatto che i geofisici Russi potevano far parte di “un qualcosa” di importanza strategica straordinaria.
Se la Russia era in possesso di una abilità scientifica che gli ambienti geologici occidentali non possedevano, allora la Russia avrebbe avuto nelle mani una carta vincente strategica dalle straordinarie conseguenze geopolitiche. Quindi, non sarebbe stato nulla di eclatante che Washington volesse erigere un “muro di acciaio” attorno alla Russia, costituito da una rete di basi militari e da scudi anti-missile, in modo da troncare i collegamenti marittimi e gli oleodotti Russi destinati ad alimentare l’Europa Occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia.
Si realizzerebbe così la peggiore ossessione di Halford Mackinder, vale a dire lo sviluppo di una cooperazione fra i principali stati dell’Eurasia in seguito alla convergenza di loro mutui interessi, cooperazione sostenuta dalla necessità e dal bisogno di petrolio per conservare la loro crescita economica. Ironicamente, questo era il flagrante motivo per gli Stati Uniti di impossessarsi delle vaste ricchezze petrolifere dell’Iraq e all’occorrenza dell’Iran, cosa che catalizza più strettamente questa cooperazione fra nemici tradizionali Eurasiatici, la Cina e la Russia, e che induce ad una più intensa presa di coscienza da parte degli Europei Occidentali, che le loro opzioni si stanno assottigliando.
Marion King Hubbert, il Re della Teoria del Picco del Petrolio
La Teoria del Picco del Petrolio prende le sue mosse da un documento pubblicato nel 1956 da Marion King Hubbert, un geologo del Texas che lavorava per la società Shell.
Hubbert affermava che la produzione dei pozzi di petrolio è rappresentabile con una curva a campana e, una volta che il « picco » viene raggiunto, il declino risulta inevitabile. Inoltre prevedeva che la produzione di petrolio negli Stati Uniti avrebbe raggiunto il suo massimo nel 1970. Data la sua… modestia, denominava questa curva di produzione da lui inventata come curva di Hubbert, e il suo massimo come Picco di Hubbert. Dal momento in cui il rendimento delle estrazioni di petrolio negli Stati Uniti cominciava a diminuire proprio attorno al 1970, Hubbert conquistava una discreta credibilità e fama.
Il solo problema consisteva nel fatto che il picco non dipendeva dall’esaurimento delle risorse naturali dei giacimenti petroliferi Statunitensi. Il picco si era prodotto perché le compagnie Shell, Mobil, Texaco e le altre associate della Saudita Aramco avevano inondato il mercato degli Stati Unitit con importazioni dal Medio Oriente, veramente a buon mercato, usufruendo di esenzioni delle tariffe doganali, a dei prezzi tanto bassi che molti produttori nel territorio USA, della California e del Texas, non avevano potuto più sostenere la concorrenza e erano stati costretti a chiudere i loro pozzi.

Il successo del Vietnam

Mentre, nel corso degli anni Sessanta, le multinazionali del petrolio Statunitensi erano occupate a controllare i grandi campi facilmente accessibili dell’Arabia Saudita, del Kuwait, dell’Iran e di altri bacini petroliferi abbondanti e a buon mercato, i Russi erano impegnati a verificare la loro teoria abiotica, (non fossile). Avevano dato inizio a perforazioni in una regione della Siberia considerata improduttiva. In questa zona vedevano il loro sviluppo undici importanti giacimenti di petrolio e un gigantesco campo, sempre sulla base delle valutazioni geologiche abissali e “abiotiche”. I Russi avevano perforato la roccia cristallina del sottosuolo e avevano scoperto tanto oro nero, paragonabile a quello di North Slope in Alaska.
In seguito, negli anni Ottanta, i Russi andavano in Vietnam e si offrivano di finanziare i costi di perforazione per dimostrare che la loro originale teoria geologica aveva fondamento. Il giacimento della Tigre Bianca, in Vietnam, dopo la perforazione in mare da parte della società russa Petrosov della roccia di basalto a circa 17.000 piedi di profondità (all’incirca 5 Km sotto terra), permette l’estrazione di 6.000 barili di petrolio al giorno, per alimentare l’economia del Vietnam affamata di petrolio.
Nell’URSS, gli esperti geologi russi abiotici avevano perfezionato le loro conoscenze e, verso la metà degli anni Ottanta, l’URSS diveniva il più grande produttore di petrolio al mondo.
Pochi, in Occidente, hanno capito o si sono dati la briga di domandarsi il perché.
Il Dr. J.F. Kenney è uno dei rari geofisici occidentali ad avere insegnato e lavorato in Russia, avendo studiato sotto la guida di Vladilen Krayushkin, quello che ha sviluppato l’enorme bacino del Dnieper-Donets. In una recente intervista, Kenney mi ha dichiarato che « per la formazione della quantità di petrolio che il solo campo di Ghawar (in Arabia Saudita) ha prodotto fino ad oggi, sarebbe stato necessario un cubo di residui fossili di dinosauri, supponendo un rendimento di trasformazione del 100%, misurante 19 miglia di profondità, di larghezza e di altezza, (vale a dire un cubo di 30 Km di lato)» In breve, una assurdità !
I geologi occidentali non si sono dati la pena di fornire prove scientifiche dell’origine fossile, biotica, del petrolio. Semplicemente affermano questo come una santa verità. I Russi hanno prodotto volumi di documenti scientifici, la maggior parte in russo. I giornali occidentali dominanti non hanno avuto alcun interesse a pubblicare una tale visione rivoluzionaria. Dopo tutto, erano, e sono in gioco, intere carriere e cattedre universitarie.

Chiudere la porta

L’arresto, nel 2003, del russo Mikhail Khodorkovsky, della società petrolifera Yukos Oil, è avvenuto giusto prima che egli potesse vendere la maggioranza della Yukos Oil alla ExxonMobil, in seguito di una trattativa privata condotta da Khodorkovsky con Dick Cheney. Ottenendo questa partecipazione nella Yukos Oil, la Exxon avrebbe avuto il controllo del più grande insieme di risorse al mondo costituito da geologi ed ingegneri specializzati nelle tecniche abiotiche di perforazioni in profondità.
Dopo il 2003, il numero degli scienziati russi, disposti a condividere le loro informazioni, è nettamente diminuito. Le offerte, ricevute all’inizio degli anni Novanta per far partecipi delle loro conoscenze gli Stati Uniti e altri geofisici del petrolio, sono state freddamente respinte, quando dovevano venire coinvolti geologi Statunitensi.
Allora, perché una guerra ad alto rischio per controllare l’Iraq? Perché adesso, dopo un secolo che le grandi società petrolifere USA e le loro consociate dei paesi occidentali controllano il petrolio mondiale attraverso il controllo dell’Arabia Saudita, del Kuwait, della Nigeria?
Adesso, le compagnie, vedendo che quei giganteschi giacimenti di petrolio si stanno esaurendo, considerano i giacimenti di petrolio controllati dai governi dell’Iraq e dell’Iran come la più grande riserva di petrolio a buon mercato e facile da estrarre, tutt’ora esistente. Con la attuale enorme richiesta di petrolio da parte della Cina e dell’India, diventa un imperativo geopolitico per gli Stati Uniti assumere il controllo militare di quelle riserve in Medio Oriente, nel più breve tempo possibile.
Il vice-Presidente Dick Cheney è arrivato ad occupare la sua carica tramite la Halliburton Corporation, la più grande società al mondo di servizi geofisici nel campo petrolifero. La sola potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli Stati Uniti risulta derivare propriamente dall’interno della Russia e dalle gigantesche società russe attualmente controllate dallo Stato. Hum!
Secondo Kenney, i geofisici russi hanno utilizzato le teorie del brillante scienziato tedesco Alfred Wegener, almeno 30 anni prima che i geologi occidentali avessero « scoperto » Wegener negli anni Sessanta. Nel 1915, Wegener aveva pubblicato l’innovatrice teoria, « La genesi dei Continenti e degli Oceani », che suggeriva che più di 200 milioni di anni fa esisteva un super-Continente unico, «La Pangea », che si era separato nella forma attuale dei Continenti attraverso quella che veniva definita come « La deriva dei continenti. »
Fino agli anni Sessanta, i presunti scienziati degli Stati Uniti, sul tipo del Dr. Frank Press, allora consigliere scientifico della Casa Bianca, facevano riferimento a Wegener come fosse un « pazzo ». Alla fine degli anni Sessanta, quei geologi sono stati costretti a trangugiare le loro convinzioni, dato che la teoria di Wegener offriva la sola spiegazione sul fatto che era stato consentito loro di scoprire vaste riserve petrolifere nel Mare del Nord. Potrebbe darsi che, fra qualche decennio, i geologi occidentali ripenseranno alla loro mitologia sulle origini fossili e realizzeranno quello che i Russi hanno già conosciuto fin dagli anni Cinquanta. Nel frattempo, Mosca ha in mano la carta vincente più determinante.




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di Sab, 18 apr 2009