Le cronache dell'arte


Dal Rinascimento cremonese una nuova grandiosa testimonianza

In Seminario emerge un capolavoro: questo stupendo
San Sebastiano è di Giovanni Angelo del Maino

La scoperta è di Marco Tanzi che in esclusiva per i lettori de Il Vascello dà il quadro storico - artistico dell'opera e le ragioni della attribuzione, d'altronde testimoniata anche dalla evidente qualità alla vista - Siamo al cospetto del più grande scultore in legno del Rinascimento lombardo, uno dei principali maestri del primo Cinquecento in Valpadana, pronto agli scambi con Leonardo e il Bambaja, attento a Raffaello, all’antico e alla migliore scultura lignea d’oltralpe
di Marco Tanzi ©

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Devo all’amichevole premura di Don Achille Bonazzi la conoscenza di questa straordinaria scultura lignea con San Sebastiano, alta circa 120 cm, entrata nel Museo Berenziano del Seminario Vescovile con il lascito di Monsignor Felice Zanoni, Canonico della Cattedrale scomparso nel 1979. Ancora una volta, per un’opera importante della Diocesi, c’è da rallegrarsi per la bontà dell’intervento di restauro di Danielle Simon e Fiorenza Ferrari dello “Studio Blu” di Castelgoffredo.

C’è solo il rimpianto, per me, di averla vista per la prima volta solamente quest’autunno, quando ormai era già aperta alla Pinacoteca Züst di Rancate (Mendrisio) da ottobre 2010 a gennaio 2011, Il Rinascimento nelle terre ticinesi. Da Bramantino a Bernardino Luini: se l’avessimo conosciuta – Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa e io, che quella mostra abbiamo allestito – avremmo fatto fuoco e fiamme per esporla nel salone a pianterreno della Züst.



Il S. Sebastiano, infatti, è un capolavoro finora sconosciuto di uno dei protagonisti della mostra svizzera: Giovanni Angelo Del Maino, il più grande scultore in legno del Rinascimento lombardo, uno dei principali maestri del primo Cinquecento in Valpadana, pronto agli scambi con Leonardo e il Bambaja, attento a Raffaello, all’antico e alla migliore scultura lignea d’oltralpe.

Esponente di una famiglia di “magistri a lignamine” pavesi, con il padre Giacomo e il fratello Tiburzio, Giovanni Angelo è documentato dal 1496 (Crocifisso, Castelsangiovanni) al 1536 (Ancona di San Lorenzo, Ardenno), anno della morte: la sua sceltissima attività corre da Pavia a Como, dal territorio lariano alla Valtellina, da Piacenza a Bologna, sempre per committenze di straordinario prestigio, corroborata da una fama incredibile presso i contemporanei; vanno citate, oltre alla cittadinanza onoraria di Piacenza, ottenuta insieme al fratello nel 1529, le lodi sperticate, e tutt’altro che d’occasione, tributate all’artista nel 1539 dall’umanista pavese Teseo Ambrogio degli Albonesi.


Ricordo solamente alcune fra le imprese più celebri: l’Altare del Crocifisso e l’Altare di Sant’Abbondio nel Duomo di Como, l’Ancona dell’Assunta di Morbegno, con policromia di Gaudenzio Ferrari e Fermo Stella, la Madonna adorante il Bambino del Santuario di Tirano, una serie imponente di Compianti a otto statue, integri e no, il Cristo alla colonna in San Giovanni in Monte a Bologna e le opere piacentine, fra cui l’Altare della Passione per Sant’Agostino, ora al Victoria and Albert Museum di Londra.


La presentazione insieme al "Cristo Risorto"
Ogni anno, attraverso il contributo dell’8‰ della CEI previsto anche per i musei ecclesiastici, viene erogato un contributo utilizzabile anche ai fini di restauro. Nell’anno 2010 per il Museo Berenziano del Seminario Vescovile è stato richiesto ed ottenuto anche un contributo per il restauro di 2 statue lignee: il Cristo Risorto attribuito a Giacomo Bertesi e il S.Sebastiano prfesentato in questa pagina. Su entrambe le opere si è approfondita, in occasione del restauro, sia la ricerca storico – artistica che una serie di indagini sperimentali non invasive che hanno previsto la macrofotografia - in tal modo la tecnica esecutiva è diventata il primo criterio per l’attribuzione confrontando i dati rilevati con altre opere certe di quell’autore - , sia indagini in fluorescenza rX portatile, per la determinazione materica delle superfici.
Le due importanti opere sono state presentate sabato 12 marzo p.v. in Sala Bolognini del Palazzo Vescovile. Del Cristo Risorto, finora attribuito al Bertesi, proveniente dall’eredità di Mons. Geremia Bonomelli attraverso una donazione da parte della Sig.ra Marietta Fieschi, si può ragionevolmente ipotizzare che trattasi di un’opera di Giuseppe Chiari, discepolo del Bertesi, a motivo delle strette analogie della tecnica esecutiva con la statua della Vergine Assunta della Cappella della Madonna del Popolo della Cattedrale.
Col S.Sebastiano non solo il Seminario, ma tutta la realtà diocesana si arricchisce di un’opera finora sconosciuta, benché presente nel Museo Berenziano dal 1979, che andrà a collocarsi probabilmente nell’erigendo Museo Diocesano.
E quest’anno, sempre con i fondi dell’8‰ della CEI, verranno restaurate due tele, secondo un progetto che mira al pieno recupero di tutti i beni storico-artistici del Museo Berenziano.
Ovvia la attenzione dei cremonesi alla presentazione in Sala Bolognini.

Una ventina d’anni fa avevo avvistato la sua mano a Cremona, nelle tre statue del Presepe all’altare di San Giuseppe in Duomo: è quindi per me una soddisfazione particolare poter ampliare il suo catalogo con un’altra opera cremonese – se non d’esecuzione almeno per l’attuale collocazione – del grande artista. Cremona, infatti, nel momento più fervido della riscoperta della scultura lignea del Rinascimento lombardo, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, sembrava curiosamente cancellata dalle carte geografiche delineate in maniera così precisa, con maestranze itineranti presenti in quasi tutto il territorio della regione. Mi sembrava una stranezza pensando alla strabiliante qualità e all’aggiornamento mostrato nella scultura in marmo: la città infatti si era impreziosita nell’ultimo quarto del Quattrocento di alcuni fra i più importanti monumenti in marmo della Valpadana, all’avanguardia anche rispetto ai due grandi cantieri della Lombardia, il Duomo di Milano e la

Certosa di Pavia. Questo grazie all’arrivo di Giovanni Antonio Piatti prima e di Giovanni Antonio Amadeo poi.


Il ritrovamento del Presepe e del San Sebastiano di Giovanni Angelo Del Maino e la scoperta, da parte di Francesca Tasso, che un celebre rilievo dei fratelli milanesi Giovanni Ambrogio e Giovanni Pietro De Donati (un’altra delle grandi famiglie milanesi di intagliatori e scultori in legno), San Domenico che resuscita Napoleone Orsini caduto da cavallo, è arrivato nell’Ottocento al Castello Sforzesco di Milano dal nostro convento di San Domenico, appena raso al suolo, apre nuove e stimolanti prospettive di ricerca su aspetti tutt’altro che secondari del Rinascimento a Cremona.

Per quanto riguarda lo stile, il San Sebastiano si colloca bene nel tratto finale della carriera di Giovanni Angelo, in prossimità del Compianto di Cuzzago, in Val d’Ossola (di cui era esposta a Rancate la statua con la Madonna svenuta), e il Cristo alla colonna di Bologna, a dialogare con il suo omonimo di Ardenno, compreso nel registro superiore dell’ancona valtellinese saldata il 23 agosto 1536.


Si ignora la provenienza originaria di questa scultura di singolare integrità: il Santo è legato al tronco con la corda vera che si intreccia a quella intagliata nel legno e le frecce di metallo forano la carne. Non sappiamo dove l’avesse acquistata Monsignor Zanoni, ma non dispiacerebbe pensare a un ritorno di Giovanni Angelo, dopo un quarto di secolo, a Cremona, dove da giovane aveva lasciato il Presepe e dove poteva vedere, dalle suore dell’Annunziata, l’arco languido tracciato nella tavola con San Sebastiano dal ferrarese Dosso Dossi, ora a Brera, un altro capolavoro, dipinto all’incirca nel 1526, della grande stagione rinascimentale nella nostra città.




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di Ven, 11 mar 2011