In tre quarti d’ora di lungometraggio, commissionato da una delle tante “mattate” di Giorgio Mantovani, che, dal ponte di comando del Filo, dà, da alcuni anni, dimostrazione che, diversamente dal costume imperante, si può essere “mecenati” anche mettendoci del proprio, si percepisce quasi una storia parallela di Cremona.
Il detonatore fu, il 20 maggio 2010, la cerimonia di consegna alla Città del bronzeo busto di Leonida Bissolati (in occasione del 150° della nascita e nel 90° del giorno della scomparsa).
Fu una bella manifestazione popolare, nel corso della quale, con un afflato non partisan, si incontrarono istituzioni, sensibilità storiche, culturali e politiche, cittadini; per prendere in carico, come Cremona, una memoria storica, quella di un grande statista nato in quella porzione di Via Palestro, fusa nel bronzo dall’estro artistico di un altro grande cremonese.
Parliamo di Mario Coppetti, che il prossimo novembre compirà novantotto anni (con il tassativo impegno a non porre limiti alla Provvidenza in vista del raggiungimento di almeno tre cifre).
Il lungometraggio, in cui si dipana il racconto di questa testimonianza lunga quasi tutto il secolo cosiddetto ”breve”, che si incastra nella circostanza della celebrazione del 150° dell’unità nazionale, assembla, grazie ad un Virgilio narrante ed interrogante (Agostino Melega), supportato dal fresco intervento di Gemma Mantovani, spezzoni esistenziali apparentemente a sé.
Apparentemente, però! Perché, intenzionale o non che fosse il progetto editoriale (una sorta di work in progress), nella realtà lo spaccato esistenziale, civile, politico, artistico di quel quasi secolo è tenuto insieme da una cifra unitaria: una vita ben spesa.
Il cui racconto, favorito da un vero talento fotografico ed accompagnato da colonna sonora e montaggio di ottimo livello, stimola a fare i conti con la memoria storica, ad interrogarsi e confrontarsi con il tempo presente, a guardare al futuro, con un misto di consapevolezze e di ottimismo.
Insomma, se ne esce col cuore accarezzato da spunti e conferme edificanti e la mente pizzicata da un massiccio stimolo ad abbandonare, almeno per un po’, l’abitudine dilagante alla banalità, all’egoismo, all’assenza di impulsi condivisi.
Si parte, come anticipato, dalla manifestazione bissolatiana, in cui, tra il molto altro edificante, Mario Coppetti infila a tutt’altro che imbarazzati o recalcitranti rappresentanti delle istituzioni (senza distinzioni di fedi) un omaggio floreale non politicamente neutro (il rosso garofano) ed il bravo violinista, i cui virtuosismi sono stati a lungo coperti dall’applauso, suona tutt’insieme, senza l’aiutino di suggerimenti di parte, l’Inno di Mameli, l’Inno alla Gioia, il Nabucco e l’Inno del Lavoro.
Dalla dissolvenza sullo scenario bissolatiano si passa alla narrazione della formazione del Coppetti scultore. Mario comincia ad armeggiare attorno a bronzi, marmi ed argille in età adolescenziale; ai tempi dell’Ala Ponzone, che, all’epoca, per effetto di un preciso legato, disponeva di un’apprezzata sezione artistica.
Ne racconta il protagonista, che, dalla “beatitudine” del giardino domestico su cui affaccia l’atelier di Via Chiara Novella, non lesina riferimenti all’ambiente artistico cremonese nelle diverse epoche, ad una gustosa aneddotica anche sui collateralismi tra arte e cultura, alle tappe della propria formazione.
Artistica e civile.
Già, perché Coppetti, ad un certo punto (anni trenta) dovette, un po’ per perfezionare il proprio talento artistico, un po’ per alleggerimento della pressione del regime sulla sua famiglia (il padre ferroviere era stato licenziato per non aver preso la tessera), cambiar, come si suol dire, aria.
Ad un prima esposizione parigina del 1932 presenta una bella scultura giovanile del volto dell’amata madre (la cui corrispondenza era amabilmente controllata).
Un’altra significativa opera dell’epoca è rappresentata da una bella e dolce Madonna, commissionata da una padrona di casa appassionata d’arte.
Al momento del ritorno a Cremona, Coppetti, consapevole del valore della scultura e del significato morale di quell’esperienza, chiese alla padrona di casa di potergliela ricomprare. Ricevendone un rifiuto.
Qualche decennio dopo l’avrebbe riavuta senza onere alcuno; perché la mecenate parigina ne aveva disposto la restituzione nel testamento.
Lo scultOre-politico ricorda, con ammirazione ed affetto i colleghi che, senza distinzione di classe anagrafica, ha, dai primi atelier di Via Bertesi e Palazzo Barbò, incontrato nel corso della sua lunga militanza artistica.
Anselmi, Ferraroni, Ruffini, Foglia, Priori: se li ricorda tutti. Aggiungendoci sorprendentemente un altro talento, che, iniziato il cursus honorum come marmorino, avrebbe sfondato come impareggiabile interprete lirico: Aldo Protti.
La camera fornisce a questo punto belle immagini della show room di via Chiara Novella, una sorta di antologica di quasi novant’anni di attività scultorea.
Ovviamente si tratta di una parte; quella più consistente si trova presso i numerosi committenti. Coppetti ha, ad esempio, fornito quindici dei busti che rappresentano, nel Viale degli Artisti del civico cimitero, una sorta di pantheon dell’arte e della cultura cremonese contemporanea.
Coppetti ricorda con molta lievità, totalmente priva d’influenze della propria fede civile e politica, anche i suoi “trascorsi” militanti.
Sempre stato socialista, formatosi all’insegnamento di socialisti, si potrebbe osare, di talento ed evergreen: la scuola dei fratelli Rosselli conosciuti nell’esilio parigino.
Sia pur dovendo stringere per severe ragioni di spazio, non rinunciamo a chiudere con i titoli di coda di questa lunga cavalcata durante il secolo breve ed oltre.
Che costituiscono una sorta di testamento civile, nelle considerazioni di un uomo che, in una lunga esistenza, ha incontrato soddisfazioni, ma anche amarezze e nefandezze.
Questo testamento lo rivolge alla sua città, che vede ripiegata su sé stessa, priva di slanci, forse inconsapevole delle proprie risorse.
Fortunatamente, sostiene Coppetti, di tanto in tanto qualche cittadino generoso e lungimirante, come Giovanni Arvedi, mette mano al portafogli e tenta di far riprendere il cammino dello sviluppo.
Ma la città deve ricominciare a camminare con le proprie gambe, con un po’ di dedizione e di ottimismo, con la totale abiura della tendenza all’individualismo ed all’egoismo.
Un monito questo rivolto espressamente ai giovani.
Il ritratto di Mario Coppetti è di Antonio Leoni ©