Cose di casa nostra


La parola al mitico architetto che difese l'identità di Bologna

Pier Luigi Cervellati: l'arte di curare la città...
Due contrastanti modelli di centro storico

Riflessioni che sembrano scritte apposta a commento dei "fatti cremonesi" e che danno un solido substrato al dibattito in corso con l'auspicio che presto la una sensibilità che si sta dimostrando ancora viva decida di sedersi attorno a un tavolo e avviare una linea radicalmente innovativa di gestione urbanistica di Cremona, oggi più che mai urgente con l'ulteriore crescita del buco (il centro storico) della ciambella cremonese in seguito all'imminente inizio di attività del colosso Ipercoop che esaspererà tutte le contraddizioni ed i guasti sottolineati passo a passo sul "Vascello", insorabilmente, uno dopo l'altro, dai più autorevoli esponenti cittadini.



L'architetto Pier Luigi Cervellati insegna Recupero e riqualificazione urbana e territoriale nella Facoltà di Architettura dell'Università di Venezia. É stato assessore della casa e dell'assetto urbano del comune di Bologna dal 1964 al 1980. In tale veste è stato il principale promotore del progetto di recupero del centro storico bolognese.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo "La città post-industriale" (1984) e La città bella (1991), "L'arte di curare le città" (2000) dal quale abbiamo ricavato il titolo di questa pagina. Il suo nome è particolarmente noto per le dure polemiche sostenute negli ultimi decenni contro la vulgata (e la pratica) dominante nell'urbanistica e nell'architettura contemporanee, protese in quella razionalizzazione ed efficienza modernizzante, che metaforicamente, Jünger ben definì come "imbiancamento".


Il centro storico non è una reliquia: è un tutt’uno da restaurare insieme al territorio

Non si restaura un quadro del Cinquecento distruggendone una parte; e una pittura del Cinquecento ha il medesimo valore - per lo meno culturale - di una casa o di un appezzamento di terreno: se si conserva l’una, non si capisce perché non si debbano conservare gli altri. II processo di conservazione, proprio perché teso alla valorizzazione economica e culturale, è un processo di per sé stesso irrinunciabile se si vuole valorizzare il nostro ambiente, se si vuole eliminare la periferia trasformandola/ riconquistandola/ restituendola ad immagine e somiglianza del centro storico. Ora, mantenere/ consolidare/ risanare porta (nel caso del patrimonio edilizio esistente) al restauro urbano, il quale, a sua volta, sfocia nel restauro ambientale e territoriale. Porta ad un processo operativo che si manifesta mediante l’applicazione di regole precise e di solidi principi. Regole rappresentate da un insieme di criteri che formano il metodo: insieme di comportamenti progettuali pianificatori al di fuori del quale non si può realizzare il restauro, né quello urbano, né quello territoriale.


di Pier Luigi Cervellati

In questi anni di acceso dibattito, di affermazioni e di sconfitte, sono emersi due modi di affrontare il tema « centro storico » (...).
Un metodo lo possiamo definire « passionale », in quanto il centro storico è trattato considerando la città del passato alla stregua di un oggetto da amare e da evidenziare, da studiare e contemplare, come se fosse una reliquia. Una rarità da proteggere o da isolare; da proteggere dalle corruzioni temporali e dalle contaminazioni fisiche o da isolare quale luogo « contrapposto» alla città moderna. La « storia », sia che si opti per la protezione o per l’isolamento, ha un valore rappresentativo così elevato da superare le stesse istanze sociali. L’uomo può continuare ad abitare nel centro storico, ma deve avere o un rispetto assoluto, pari a quello che si ha per le cose sacre, o addirittura può fare a meno di abitarci.

L’altro modo, ugualmente teso al mantenimento dello scenario fisico tramandatoci dalla storia, concepisce il centro storico quale parte integrante e perciò inalienabile della città contemporanea. Il centro storico immagine non tanto e non solo del passato ma anche del presente e, di conseguenza, del futuro. Un modo questo che per distinguerlo dall’altro certamente romantico (abituati come siamo ad iscrivere le « passioni » nella sfera del romantico) possiamo definire « classico ».
Si afferma, ed è Giulio Carlo Argan ‘ ad affermarlo, che « il mondo moderno ha tagliato i ponti con la natura che si esprimeva nell’arte classica ». Ed è purtroppo la stessa cosa che si è verificata nei centri storici: tagliati fuori da una società industriale desiderosa di cancellarli nel minor tempo possibile, in nome di una supremazia tecnica contrastante con i ritmi e i sistemi di formazione della città preesistente. D’altro canto, la passione verso i centri storici, tradotta mediante piani di « conservazione », nel migliore dei casi, o nel peggiore, di progetti di sostituzione, altrettanto passionali nell’aspirare ad un impossibile confronto fra passato e presente, fra storico e moderno, non ha impedito il consumo e la distruzione dei centri stessi.
Se è ancora tutto da risottolineare il metodo d’intervento per i centri storici, ancora più oscuro è il significato da attribuire al restauro /recupero esteso a tutto il territorio. Venendo meno questa chiarezza sono sorte nuove polemiche e nuove diatribe (« ma come, restaurare anche la periferia? ») e si è tornati a ri-discutere anche il primo passaggio dell’equazione.
Dapprima è stata contestata l’equivalenza monumento - centro storico; poi si è ritornati all’inizio, allorché la questione era posta in termini di « inserimento », di « dissonanza », di « ciò che oggi è moderno domani sarà storico ». Infine è stata rigettata la stessa concezione del restauro anche per il singolo edificio monumentale. Strumentalizzando il povero Ruskin si è detto che « il restauro uccide ». Ed è vero, se si esaminano alcuni tremendi restauri, com’è vero, tuttavia, che in caso di « morte » del monumento non è più restauro è manomissione, è distruzione.


Il nuovo progetto architettonico quale “opera d’arte”: un colossale equivoco

...Certo, adesso le affermazioni sono più raffinate; non meno eloquenti, però: « si deve individuare una nuova progettualità per i centri storici » .
(... ) Con la scusa dei pochi risultati ottenuti, si reintroduce il concetto del nuovo progetto architettonico quale « opera d’arte » che, in quanto tale, si lega con l’arte del passato... Non serve indicare gli esempi (e gli scempi) che in nome dell’arte hanno guastato interi centri storici; non serve dimostrare come quegli interventi fossero esclusivamente di natura speculativa: ora sono valutati (o rivalutati) come interventi vivificanti, sono considerati baluardi contro la « museificazione » e, in più e al solito, quali « testimonianze » del nostro tempo.
C’è dell’altro. Ora, si sostiene, le qualità progettuali sono aumentate; le nuove architetture sono maggiormente raffinate rispetto a quelle delle brutali speculazioni... « non disturbano poi tanto ».
E, in effetti, il passaggio dallo « stile internazionale» o eclettico al « postmoderno » ha cambiato l’obiettivo della « dissonanza » riproponendo l’accostamento se non addirittura la « mimesi ». Identico resta comunque il principio della demolizione e della ricostruzione. Sorge il dubbio che il dibattito e le battaglie culturali degli ultimi trent’anni non siano serviti quasi a nulla.

Il restauro - la restituzione di un isolato o di un pezzo di città o di un terreno agricolo o di un ambiente naturale, di una parte del patrimonio collettivo alla società - può avvenire se oltre alla riappropriazione fisica del bene (per esempio rendendo di uso pubblico ciò che è privato, rendendo « permeabile » ciò che è inaccessibile) c’è il mantenimento /miglioramento /riqualificazione di quello che costituisce il valore culturale ed economico del bene stesso. E non viceversa, giacché si può espropriare e poi manomettere: la proprietà pubblica non è condizione sufficiente per ottenere la restituzione.
Nei fatti non si restaura un quadro del Cinquecento distruggendone una parte; e una pittura del Cinquecento ha il medesimo valore - per lo meno culturale - di una casa o di un appezzamento di terreno: se si conserva l’una, non si capisce perché non si debbano conservare gli altri. II processo di conservazione, proprio perché teso alla valorizzazione economica e culturale, è un processo di per sé stesso irrinunciabile se si vuole valorizzare il nostro ambiente, se si vuole eliminare la periferia trasformandola/ riconquistandola/ restituendola ad immagine e somiglianza del centro storico. Ora, mantenere/ consolidare/ risanare porta (nel caso del patrimonio edilizio esistente) al restauro urbano, il quale, a sua volta, sfocia nel restauro ambientale e territoriale. Porta ad un processo operativo che si manifesta mediante l’applicazione di regole precise e di solidi principi.
Regole rappresentate da un insieme di criteri che formano il metodo: insieme di comportamenti progettuali pianificatori al di fuori del quale non si può realizzare il restauro, né quello urbano, né quello territoriale. Così come non ha significato culturale restaurare una casa distruggendo il « suo contorno », analogamente non può essere salvaguardato il centro storico alterando l’ambiente circostante, specie quello ancora libero.
Una classicità nuova, disgiunta dalle passioni e dai fallimenti finora registrati, una classicità strettamente ancorata al concetto di centro storico/città (e perciò di città/ ambiente), ci può rendere coscienti e del ruolo, sociale e culturale, attribuibile al centro storico e, in particolare, del significato che oggi possiamo rivendicare all’ambiente naturale e costruito: alla città e al suo territorio.
Si evidenzia, allora, la necessità di una precisa capacità nel progettare e realizzare il restauro /restituzione e, nello stesso tempo, s’impongono scelte politiche (di piano e di programma) drastiche quanto (spesso) impopolari. Non si dimentichi, comunque, che l’obiettivo del restauro/restituzione riguarda l’ambiente in cui abitano e lavorano i cittadini; non si dimentichi che il risultato finale investe la collettività e non una sua parte; non si dimentichi infine che finora il nuovo ha peggiorato le condizioni. di vita all’interno della città. Le ha peggiorate a tal punto che man mano si allarga la quantità fisica della periferia si evidenzia la qualità del centro storico. Per questo scegliendo il restauro /restituzione si sceglie per la costruzione di un ambiente diverso rispetto a quello imposto da oltre cento anni di sfrenata trasformazione in periferia della città.

(Pier Luigi Cervellati - La città post industriale - Editrice Il Mulino)





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di Ven, 22 set 2006