Direttore responsabile Antonio Leoni - Vice Direttore e responsabile sezione sportiva Cesare Castellani - Inviati sportivi Alexandro Everet e Umberto Onofri - Collaboratore fisso per il settore cultura: Sandro Rizzi - Redazione: Via dei Classici 8 - 26100 Cremona - e.mail vascello@fastpiu.it - cesare.castellani@fastpiu.it - tel/fax +39-037230392 -- Registrazione Tribunale Cremona n.365 - 8 gennaio 2001 - Accesso gratuito - Controllo diffusione ShinyStat - No pubblicità"Cerchiamo argomenti piacevoli, ma se evitiamo le notizie che qualcuno può trovare spiacevoli, non rendiamo un buon servizio alla verità"Il centro destra ha trionfato perché c'è Berlusconi ed il celodurismo di Bossi, mentre il funambulismo opportunistico e senza scrupoli ideali di Fini è al tempo stesso un riparo e una mina vagante - Altrettanto il crollo del centro sinistra accentua una domanda...Quale democrazia ci spetta?di Antonio LeoniA Cremona il quadro è desolante e non è cambiato: viene fuori una volta di più la povertà ideale degli uomini del nostro centro destra. La vittoria è stata regalata da Corada e C. rafforzando il riverbero della situazione nazionale e si risolve in una lunga fame di potere finalmente soddisfatta. Nella sinistra la disfatta mette a nudo tutte le contraddizioni e i conflitti di una disgregazione inesorabile e uguale a Roma. In mezzo una UDC che resta democristiana piuttosto che di centro e nei fatti non ha più identità. Un centrodestra dominante eppure inguardabile- Perri a parte con pochissimi altri- un centro sinistra disfatto e forse morente. Ma se questa è la situazione, quale democrazia ci spetta?
Il problema visto dalla sponda liberale: la post democrazia secondo il sociologo tedesco Ralf Dahrendorf, spentosi lo scorso 19 giugno
Che con la crisi mondiale ed i provvedimenti che sono stati adottati la democrazia ultraliberale sia giunta al suo capolinea non occorre dimostrarlo. Ma il rifiuto del voto, un fenomeno generalizzato, riconfermato dalle elezioni europee e poi, persino dalle elezioni locali ha dato ancor più vigore al dibattito che infiamma davvero l'Europa più sensibile.Purtroppo non avviene altrettanto in Italia: nessuno dei due grandi partiti ha interesse ad alimentarlo, ma altrove, in Francia, in Germania ed Inghilterra è aperto il confronto sul dopo. In questo senso Il Vascello pubblica, qui sopra il prezioso intervento di Alain de Benoist e poco prima della sua morte (avvenuta lo scorso 19 giugno, all'età di 80 anni), si è nuovamente espresso il filosofo e sociologo tedesco Ralf Gustav Dahrendorf, del quale si ha traccia- persino da noi - in una intervista di di Antonio Polito pubblicata da Laterza con un titolo significativo "Dopo la democrazia". |
Osservatorio, idee, firme di ieri e di oggi de Il Vascello |
DI MIKE WHITNEY
informationclearinghouse.info
Venite a vedere il sangue nelle strade.
Venite a vedere
il sangue nelle strade.
Venite a vedere il sangue
nelle strade!
Poesia di Pablo Neruda
Obama non riesce a chiudere Guatanamo. La America truce non demorde. Ecco allora una premessa, il discorso di Harold Pinter, per la accettazione del premio Nobel.
"In Nicaragua, gli Stati Uniti sostennero la brutale dittatura di Somoza per oltre 40 anni. Nel 1979 il popolo nicaraguense, guidato dai sandinisti, rovesciò questo regime; fu una rivoluzione popolare straordinaria.
I sandinisti non erano perfetti. Avevano una buona dose di arroganza e la loro filosofia politica conteneva diversi elementi contraddittori. Ma erano intelligenti, razionali e civili. Si proponevano di creare una società stabile, decorosa e pluralista. Fu abolita la pena di morte. Centinaia di migliaia di contadini indigenti furono strappati all’invisibilità in cui vivevano. Oltre 100mila famiglie ricevettero terreni. Furono costruite duemila scuole. Un’eccezionale campagna di alfabetizzazione ridusse l’analfabetismo nel Paese a meno di un settimo. Furono istituite istruzione e assistenza sanitaria gratuite. La mortalità infantile fu ridotta di un terzo. La poliomelite fu debellata.
Gli Stati Uniti denunciarono questi successi come sovversione marxista-leninista. Dal punto di vista del governo statunitense, si trattava di un precedente pericoloso. Se al Nicaragua si fosse permesso di stabilire norme basilari di giustizia sociale ed economica, se gli si fosse permesso di elevare gli standard di assistenza sanitaria e di istruzione, di conquistare l’unità sociale e l’orgoglio nazionale, i Paesi confinanti si sarebbero posti le stesse domande e avrebbero agito nello stesso modo. A quel tempo, c’è da dire, vi era una tenace opposizione allo status quo in El Salvador.
Poco fa ho parlato di 'un affresco di menzogne’ che ci circonda. Il presidente Reagan soleva definire il Nicaragua come una 'segreta totalitaria'. Quest’espressione fu in genere accolta dai media, e di certo dal governo britannico, come un’osservazione esatta ed equa. Ma di fatto, durante il governo sandinista, non si registrarono squadroni della morte. Non si registrarono torture. Non si registrarono episodi di brutalità militare sistematica o ufficiale. Nessun prete fu assassinato in Nicaragua. In effetti, al governo c’erano tre preti, due gesuiti e un missionario della Società di Maryknoll. Le prigioni totalitarie erano in realtà lì accanto, in El Salvador e Guatemala. Gli Stati Uniti avevano abbattuto il governo democraticamente eletto del Guatemala nel 1954 e si stima che oltre 200mila persone siano rimaste vittima delle dittature militari che si sono susseguite.
Sei dei più esimi gesuiti al mondo furono ferocemente assassinati all’Università Centroamericana di San Salvador nel 1989 da un battaglione del reggimento Atcatl addestrato a Fort Benning, Georgia, USA. L’arcivescovo Romero uomo estremamente coraggioso fu ucciso mentre diceva messa. Secondo le stime, morirono 75mila persone. Perché furono uccise? Furono uccise perché credevano nella possibilità e nella necessità di una vita migliore. Questa convinzione li qualificò immediatamente come comunisti. Morirono perché osarono mettere in discussione lo status quo, quell’infinito acrocoro fatto di povertà, malattia, degrado e oppressione, che costituiva il loro diritto di nascita.
Alla fine gli Stati Uniti abbatterono il governo sandinista. Ci vollero anni e molta resistenza, ma l’implacabile persecuzione economica e 30mila morti alla fine minarono lo spirito dei Nicaraguensi. Erano di nuovo esausti ed indigenti. Fu il ritorno nel Paese delle case da gioco. La fine dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione gratuite. Il ritorno, vendicativo, delle grandi aziende. La 'democrazia’ aveva prevalso.
Ma questa 'politica’ non fu affatto limitata all’America Centrale. Fu portata avanti in tutto il mondo. Fu infinita. Ed è come se nulla di tutto questo sia mai accaduto.
Gli Stati Uniti sostennero e in molti casi ingenerarono tutte le dittature militari di destra nel mondo a partire dal Secondo Dopoguerra. Mi riferisco a Indonesia, Grecia, Uruguay, Brasile, Paraguay, Haiti, Turchia, Filippine, Guatemala, El Salvador e, naturalmente, Cile. L’orrore che gli Stati Uniti inflissero al Cile nel 1973 non potrà mai essere espiato e non potrà mai essere perdonato.
In tutti questi Paesi si verificarono centinaia di migliaia di morti. Si verificarono davvero? E possono essere in tutti i casi attribuite alla politica estera statunitense? La risposta è affermativa in entrambi i casi: si verificarono e sono attribuibili alla politica estera americana. Ma sembra che non sia così".
Il discorso di Pinter è un tetro atto di accusa contro la politica estera statunitense; una politica che ora si cela dietro la facciata da rock star di Barack Obama. Nulla è cambiato e, forse, nulla cambierà. La medesima campagna barbara che ha prosperato con Bush è passata ad Obama intatta.
Ovunque vi sia resistenza alle ambizioni statunitensi, lì è il nemico. Non importa se si tratta di marxisti a Bogotà, nazionalisti in Kosovo, bolivariani a Caracas, miliziani shiiti a Beirut, islamici moderati a Mogadiscio o quaccheri a Toledo. Sono tutti nemici, ognuno di loro, e li si deve affrontare.
Obama non è uno stupido; sa che lo stanno usando. Sa di non essere stato scelto per le sue opinioni illuminate sull’assistenza sanitaria e sulle cellule staminali. È stato scelto perché gli uomini in carica avevano bisogno di un nuovo uomo-immagine dietro cui nascondersi per portare avanti le loro attività illecite. Obama non è tanto un comandante supremo, ma piuttosto un abile prestigiatore che distoglie l’attenzione dalla guerra clandestina che continua inesorabilmente con o senza il suo consenso. Ancora Pinter dice:
"I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, continui, feroci, spietati, ma solo in pochissimi ne hanno davvero parlato. Bisogna riconoscerlo all’America. Ha esercitato una manipolazione alquanto clinica del potere in tutto il mondo mascherandosi da forza del bene universale. Un numero di ipnosi eccezionale, persino arguto, di enorme successo... Uno stratagemma scintillante".
Si consideri come si sono modellate le notizie per far sembrare che le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan fossero effettuate per altruismo. Di conseguenza, la guerra in Afghanistan è divenuta l’"Operazione libertà infinita", con l’enfasi sulla generosità disinteressata del bombardare un Paese fino all’oblio e riportare al potere violenti signori della guerra. La stessa strategia è stata usata per l’invasione dell’Iraq, celebrata come la "liberazione da un brutale dittatore". Liberazione che è costata la vita ad oltre un milione di Iracheni e l’esodo di quattro milioni di profughi. Eppure, nessuno all’ONU o nella cosiddetta comunità internazionale ha fatto pressioni affinché gli U.S.A. fossero allontanati dal Consiglio di Sicurezza o affinché i loro leader fossero perseguiti per crimini di guerra. Ciò testimonia il successo dei media statunitensi nel sorreggere quell’"affresco di menzogne" di cui parla Pinter. Con Obama al governo, la farsa è solo peggiorata. Le notizie sulla guerra sono cessate del tutto. Guerra? Quale guerra? Ciò che importa ora sono gli allegri scambi di battute tra Obama e Jay Reno, o le braccia ben proporzionate di Michelle, o l’adorabile cane de agua portoghese di Malia. L’America è di nuovo tutta intera. Che riprendano le uccisioni.
Obama non deve risolvere i problemi del mondo. Non deve invertire il riscaldamento globale né rallentare il picco del petrolio, curare l’AIDS o mettere fine alla fame nel mondo. Tutto ciò che deve fare è soddisfare i requisiti minimi del suo lavoro di presidente, ovvero portare giustizia al suo popolo. La giustizia viene prima di tutto il resto; è il filo che tiene insieme il tessuto sociale. Giustizia per le vittime che sono state uccise nelle loro case con le loro famiglie, mentre dormivano o stavano a cena. Giustizia per la gente bombardata durante le feste di matrimonio o mentre andava al lavoro o era alla moschea a pregare Dio. Questo è ciò che la gente vuole da Obama. Giustizia, niente di più. Il Reverendo Martin Luther King disse, "L’arco dell’universo morale è lungo, ma si piega verso la giustizia". Sta ad Obama seguire quell’arco e fare almeno un passo sulla via della legalità, dell’assunzione di responsabilità e della giustizia.
Pinter: "Quante persone bisogna uccidere per meritare la qualifica di stragista o criminale di guerra? Centomila? Più che sufficienti, direi. Perciò è legittimo che Bush e Blair siano chiamati a rispondere di fronte alla Corte Penale Internazionale".
È molto poco probabile che un nero con un passato nell’organizzazione di comunità creda veramente che espandere la guerra in Afghanistan sia la cosa giusta da fare. E non è probabile neppure che egli sostenga le intercettazioni, il giro di vite sugli immigrati, le sanzioni a chi vende marijuana terapeutica, trilioni di dollari per salvare le banche o interrogatori "potenziati". Sta semplicemente leggendo il copione che gli è stato fornito. Ma con l’aggravarsi della crisi economica, la progressiva radicalizzazione del Paese e l’aumento dell’instabilità politica, quel copione sè da buttare. Obama avrà moltissime opportunità di scrollarsi di dosso i burattinai e dimostrare di che stoffa è veramente fatto. Forse, dopo tutto, è un grand’uomo.
Pinter: "Quando guardiamo in uno specchio pensiamo che l’immagine di fronte a noi sia fedele, ma se ci spostiamo di un millimetro l’immagine cambia. In realtà stiamo guardando infinite immagini riflesse. Talvolta, tuttavia, uno scrittore quello specchio lo deve infrangere, perché è dall’altro lato che la verità ci fissa negli occhi".
Avanti, Barack. Infrangi lo specchio.
di Eugenio Blondet (Effedieffe)
«Al diavolo il progresso dei computer», ha detto Kurt Vonnegut agli studenti: «siete VOI che dovete progredire e migliorare, non i computer. Cercate quel che è dentro di voi. E non uccidete nessuno». Fatto stupefacente: ad ascoltare il nonagenario Vonnegut, il più grande scrittore americano vivente («Mattatoio 5», «Madre Notte»), c'erano, nell'aula della Ohio Union, duemila studenti di college, da nessuno precettati. Questa notizia mi ha commosso. Duemila studenti americani che ascoltano non una lezione di business di marketing, ma una lezione di vita, vogliono dire qualcosa. E le parole di Vonnegut dicono che c'è in lui la stessa preoccupazione che unisce i nostri lettori a questo sito: che prima di «fare politica», più urgente, bisogna ricostruire gli uomini, rieducarli alla civiltà che stiamo dimenticando. Ho un altro segnale che questa preoccupazione - che possiamo chiamare pedagogica - sta crescendo, e proprio negli Stati Uniti (il richiamo a questo problema appare anche nel discorso di insediamento di Barack Obama - ndr).
David Brooks, un columnist dell'Herald Tribune, ha scritto un articolo insolito . Titolo: «ciò che ogni studente universitario deve sapere». Sottotitolo: «se fate tutto quel che è in questa lista, avrete la migliore educazione, qualunque 'college' frequentiate». Segue la lista dei consigli: come uno di quei manuali che in USA hanno intramontabile successo, tipo «come apprendere a parlare in pubblico in cinque lezioni». Ma è il genere dei «consigli» che Brooks dà agli studenti ad essere inaudito.
Esempio: «Leggete il Gorgia di Platone». L'antico dialogo? Consigliato a studenti americani che (poiché i college in USA costano salati, specie i più prestigiosi) stanno studiando per fare carriera, per avere un buon posto di lavoro? A che serve, a loro, il Gorgia? «Lo scopo esplicito del dialogo», spiega Brooks, «è dimostrare la superiorità della filosofia (la ricerca della saggezza e della verità) sulla retorica (l'arte di persuadere per vincere in una causa). Ad un livello più profondo, il dialogo insegna che gli onori mondani che si possono conquistare con un'oratoria efficace, facilmente erodono la nostra dedizione alla verità: dedizione che è essenziale per la nostra integrità come persone. Sicchè l'abilità oratoria è un dono pericoloso, perché mette in pericolo l'anima. Il Gorgia spiega tutto ciò che dovete sapere sulla politica e gli opinionisti di grido».
«Iscrivetevi a un corso sull'antica Grecia». Inaudito. Ma «per 2500 anni, gli educatori hanno saputo che l'essenza della loro missione era portare gli studenti a contatto con eroi come Pericle, Socrate e Leonida. Diceva Aristotile: 'non c'è abitudine più importante da acquisire, che l'ammirazione per i caratteri magnanimi e le nobili azioni'. Alfred Whitehead [il filosofo-matematico, morto nel 1947] era d'accordo: 'l'educazione morale è impossibile senza l'abituale visione della grandezza'». Profondamente vero: le «vite degli uomini illustri», le loro abnegazioni ed eroismi, sono stati lo strumento primario dell'educazione greco-romana. Specie dell'educazione elementare, dei bambini: questi non possono essere convinti da argomenti razionali o etici, ma devono essere infiammati da esempi magnanimi. L'educazione più necessaria è l'educazione dei sentimenti. I bambini - ma anche noi - non hanno bisogno di etica, bensì di «epica». Purtroppo, questa pedagogia dei sentimenti, questa scuola di addestramento alle nobili passioni è stata cancellata.
«Imparate una lingua straniera». Sembra un ovvio precetto pratico. Ma non lo è. Le scuole moderne e più reputate (pensate alla Bocconi e ai suoi master) hanno finito per trasformare troppi studenti «in piccoli carrieristi, pronti ad ogni furbata per prevalere». Per contrastare questa tendenza, occorre farli studiare materie «mostruosamente prive di scopo pratico, come la storia dell'arte e il teatro elisabettiano». Ma meglio ancora, una lingua. Ma non al modo con cui le si insegna oggi, per «parlarla» quel tanto che basta a sopravvivere in un ristorante all'estero, e nemmeno per condurre una trattativa d'affari. No: bisogna studiare per poter leggere le opere di quella cultura straniera. Per scoprire modi diversi di pensare, imparare ad amare la straordinaria varietà delle culture umane nella essenziale somiglianza degli uomini. «Annettersi un'altra cultura», dice Brooks, consente di «scoprire lati ignorati di se stesso». Come dice un detto spagnolo, «Dos idiomas, dos almas»: chi conosce due lingue, possiede due anime.
«Leggete Reinhold Niebuhr». Teologo protestante, centrale nel pensiero religioso-civile americano, Niebuhr è morto nel 1971. Perché leggere un teologo? Perché la religione «è una delle forze essenziali che guidano questo secolo», e bisogna imparare a maneggiarla. Secondo Brooks, il credente che legge Niebuhr impara «che la pietà pubblica corrompe la fede privata, e che la fede deve, nella società, svolgere un ruolo profetico». L'ateo, impara «che la gente che crede in Dio può essere davvero molto, molto intelligente» (e non fanatici oscurantisti ignoranti). Entrambi, atei e credenti, impareranno che «il male e il bene esistono davvero - e che distinguerli non è facile come si crede». Infine, chi assorbe gli insegnamenti di Niebuhr non crederà più che il metodo migliore per giudicare le opinioni è etichettarle «di destra» e «di sinistra».
Che ne dite, cari lettori? Qualunque cosa si pensi dei consigli che l'americano Brooks rivolge agli studenti americani, si riconoscerà che sono basati su due cose: insistono sulla cultura classica come formazione di caratteri (noi, il latino e greco l'abbiamo abolito) ; e non sono precetti pratici, atti ad «aver successo nella carriera» o a «preparare al mondo del lavoro». Anzi, ecco l'ultimo suggerimento di Brooks: «Dimenticatevi della carriera, per una volta nella vita».
In America, dunque, c'è chi «ripensa dal principio» la scuola: non si tratta di formare manager, ma di formare uomini.