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Il centro destra ha trionfato perché c'è Berlusconi ed il celodurismo di Bossi, mentre il funambulismo opportunistico e senza scrupoli ideali di Fini è al tempo stesso un riparo e una mina vagante - Altrettanto il crollo del centro sinistra accentua una domanda...

Quale democrazia ci spetta?

di Antonio Leoni

A Cremona il quadro è desolante e non è cambiato: viene fuori una volta di più la povertà ideale degli uomini del nostro centro destra. La vittoria è stata regalata da Corada e C. rafforzando il riverbero della situazione nazionale e si risolve in una lunga fame di potere finalmente soddisfatta. Nella sinistra la disfatta mette a nudo tutte le contraddizioni e i conflitti di una disgregazione inesorabile e uguale a Roma. In mezzo una UDC che resta democristiana piuttosto che di centro e nei fatti non ha più identità. Un centrodestra dominante eppure inguardabile- Perri a parte con pochissimi altri- un centro sinistra disfatto e forse morente. Ma se questa è la situazione, quale democrazia ci spetta?
La situazione di Cremona ha connotazioni proprie e altre che invece si inquadrano in quella nazionale e internazionale, perché se ci si chiede quale democrazia ci aspetta, la domanda è davvero seria, e - per conto nostro, si veda il dibattito in corso su “Il Vascello” - reiterata, assolutamente non occasionale, profonda e doverosa.
Partiamo dal locale ma bisognerà allargarsi. Oreste Perri è una persona brava ed onesta, pulita. Però, c’è da spaventarsi se non prende il bastone del comando in mano, come il Vascello ha inutilmente auspicato coltivando qualche speranza quando la Giunta esitava ad uscire (e poteva farlo, perché la sua faccia e solo la sua faccia ha consentito agli altri di legittimare l’atroce mercato delle poltrone). Adesso, a gioco fatto, dilagheranno tutti gli opportunismi e i venti di bufera senza una collinetta di riparo in questa provincia fisicamente e metaforicamente tutta piatta.
Il centro destra trionfa perché c'è Berlusconi ed il celodurismo di Bossi, mentre il funambulismo opportunistico e senza scrupoli ideali di Fini è al tempo stesso un riparo e una mina vagante.


C’è nel contempo, la disgregazione della sinistra. Dalla quale non si esce, temo. Dico "temo" al di fuori di qualsiasi tifo (è di moda in questi giorni, siamo eternamente il Paese di Coppi e Bartali , il tutto in un quadro impressionante e generalistico di disistima oltre che di indifferenza politica).
Se la sinistra crolla, che fantoccio di democrazia resta? L’attacco alla libertà di stampa dice qualcosa.
Certo la destra. La destra estrema nei fatti qui da noi è la Lega Nord. Dall’altra parte l’Italia dei Valori di Di Pietro. Bisogna soffermarsi.
Il vento di questa destra soffia in tutta Europa. Come si identifica? Mutua molti schemi esteriori del fascismo ed anche del nazismo, le divise ad esempio e la passione per le sfilate, le adunate e i simboli, ma non è fascismo nè nazismo. Del Dio Patria e Famiglia conserva specialmente il secondo polo che peraltro sostituisce preferibilmente con il termine Nazione. Nazione Padana, ad esempio.
In generale, si coglie un disprezzo della democrazia rappresentativa e il quadro programmatico si connota di accenti piuttosto espliciti di razzismo. Immigrazione e Sicurezza sono gli altri poli della triade.
Traduce e sostiene il disprezzo per la politica dell’uomo qualunque, radicato non solo in Italia, raccoglie l’insoddisfazione non più della classe di concezione marxista o la corporazione di una società diversamente connotata al tempo di Mussolini, ma della popolazione media sopraffatta dal grande capitale, oggi globalizzatore, ieri plutocratico (citare Ezra Pound non è superfluo per uscire dalla esperienza italiana ed immergersi in un disagio che è stato ed è, pur diversamente connotato, altrettanto attuale in Europa e nel mondo).
Ecco dunque l’erosione a sinistra di Di Pietro, a destra l’affermazione della Lega Nord. Tutti pescano nei ceti medi, paurosi di perdere la soddisfazione economica più o meno legittima, e nei ceti popolari, anche in quelli che il marxismo chiamava alla lotta, i ceti operai, ieri classe operaia, dove la crisi ha accentuato la competizione sul mercato del lavoro.


Il centro sinistra, con una posizione suicida e ondivaga si è disfatto di queste rappresentanze.Solo i ricordi sentimentali in alcuni lo identificano ancora. L’inizio della fine è stata la perdita di identità di fatto conseguente all’arrivo di Veltroni alla segreteria del PD dove si è avviato un confuso, e per molti inaccettabile dialogo con il grande capitale rappresentato da Berlusconi e da Berlusconi mitizzato nei ceti popolari attraverso un massiccio uso dei media e l’abile uso della sua figura, senta troppe riserve morali ed anche per questa ragione non solo giustificato ma persino apprezzato, essendo promossi il declino dell’etica e della religione a favore di un opportunismo rozzo, individualistico e furbesco, sostenuto dall’ultra liberalismo dilagante dagli anni Settanta del Novecento.
La Cremona del PD non è più collocata tra la gente, ma neppure l’Italia di sinistra ed in genere i partiti socialisti europei.
Ma la deriva democratica, la democrazia “a partito unico” nella quale già sostanzialmente ci troviamo è davvero la risposta al populismo di questa destra estrema o no?


Ed eccoci al punto: il problema è ritrovare non tanto una società perfetta, che evidentemente è impossibile, quanto di superare le divisioni di un passato irripetibile, andando dal prometeismo del fascismo che invece Fini senza alcun scrupolo personale definisce il Male Assoluto, ma che aveva pulsioni condivise tra e nella gente, al modello di classe che sull’altro fronte suggeriva il Capitale di Carlo Marx, altrettanto sostenuto nel dibattito del Novecento. Sarebbe necessario ritrovare con pienezza i motivi di coesione ideale e di attualità che la gente può riconoscere propri. Ne citerei alcuni.
“Collaborazione tra lavoro e impresa; la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria e alla dignità; cura e protezione dei lavoratori, specialmente dei vecchi e degli invalidi; cura e protezione della madre e dell’infanzia, lotta alla vera emergenza delittuosa, la pedofilia e le varie mafie, di ogni provenienza; assistenza fraterna ai bisognosi e dunque anche gli immigrati meritevoli; prima e intransigente difesa della moralità in tutti i campi; lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti; esaltazione dello spirito di orgoglio nel servire anche gratis la comunità e il Paese; educazione in profondità e non purtroppo, soltanto di convenienza: fresche e audaci idee”.
Superare gli schemi e gli antagonismi per ritornare all’uomo che oggi trova risposte al suo disagio soltanto nella protesta o nell’opportunismo. Una democrazia morale, si dice. Un rifiuto netto della democrazia ultra liberale, nei fatti di sopraffazione (la casta, il grande capitale, la globalizzazione pietosa, secondo l’ultima connotazione del G8). Recuperare quel c’è di buono anche nel passato. Una democrazia davvero rappresentativa. Come oggi non è già più.
Per tornare a Cremona, di tutto ciò, purtroppo, non si trova il minimo eco nei primi gemiti del centro destra con l’arraffa arraffa e le gomitate di questi giorni, ed altrettanto non ci lascia neppure un pallido ricordo il precedente centrosinistra, arrogante e solo autoreferenziale, dunque lontanissimo dalla gente.


L'astensione e la democrazia
Ma quale sovranità del popolo?

Uno dei maggiori intellettuali francesi sostiene che il clamoroso astensionismo denuncia una crisi della democrazia di impronta liberale dopo oltre un secolo nel quale sotto questa bandiera si sono potuti , ammettendone tutte le condizioni, quelle appunto sottolineate dall'autore, che hanno figliato anche i peggiori totalitarismi. Bisogna dunque ripensare a un modello diverso di democrazia, riportandola alla sua purezza, il che impone un obbligo di doveri morali che è in contraddizione con le forme post democratiche del liberalismo resuscitato negli anni '70


di Alain de Benoist


L'astensione viene considerata un brutto segno per la democrazia. Ma per quale democrazia? Democrazia d’opinione, televisiva, di mercato? Studiate nella dimensione della crisi o valutate nella dinamica postmoderna, le patologie delle democrazie contemporanee attraggono vieppiù l’attenzione degli osservatori. È opinione generale che esse non ineriscano alla democrazia come tale, ma derivino dalla corruzione dei suoi principi. Gli osservatori più superficiali l’attribuiscono a fattori e fenomeni esterni (rituali le denunce del fondamentalismo, del populismo, del comunitarismo, della globalizzazione, ecc.), che riguardano solo evoluzione dei costumi e mutamenti sociali. Spesso, insomma, si scambia la causa per l’effetto, mentre gli osservatori più seri vanno oltre le osservazioni immediate e s’interrogano sull’evoluzione della democrazia, parlando allora di distacco più o meno netto fra ciò che la democrazia è e ciò che dovrebbe essere secondo i suoi principi fondatori.
Certuni parlano già di "post-democrazia", non per dire che la democrazia è al termine, ma per suggerire che ha spontanemente adottato forme post-democratiche, da definire e classificare. Altri suggeriscono che siamo in una situazione paragonabile a quella di pochi anni prima della rivoluzione francese. I toni più comuni sono inquieti e disillusi.
Per le democrazie europee la crisi attuale non è la prima. In materia Marcel Gauchet pubblica La révolution moderne e La crise du libéralisme, 1880-1914 (entrambi Gallimard), primi due - di quattro - volumi su L’avènement de la démocratie. La prima crisi della democrazia si profila in Francia dal 1880, s’afferma con lo «choc 1900», ma esplode solo dopo la Grande guerra, culminando negli anni Trenta. A quell’epoca - scrive Gauchet - «il regime parlamentare si rivela tanto ingannatore quanto impotente; minato dalla divisione del lavoro e dall’antagonismo fra classi, la società pare crollare; generalizzandosi, il cambiamento storico accelera, cresce, sfugge ai controlli». Si entra nell’era delle masse e la società è lacerata dalla lotta di classe. Inoltre cadono le solidarietà organiche e si svuotano le campagne. Conseguenza diretta di tale crisi è innanzitutto l’ascesa delle prime ideologie (pianismo, tecnocrazia) che vogliono dare il potere politico a «esperti», poi, e soprattutto, lo scatenarsi dei regimi totalitari, che tenteranno - come hanno dimostrato Louis Dumont e, in misura minore, Claude Lefort - di compensare gli effetti dissolventi dell’individualismo e la destrutturazione culturale della società con un olismo tanto artificioso quanto brutale, legato alla mobilitazione delle masse e all’instaurazione d’un regime da caserma nella società globale, su un fondo d’appelli a concetti prepolitici come la «comunità razziale». In realtà, per Gauchet, «tornano o tentano di tornare, in un linguaggio laico, alla società religiosa, alla sua coerenza e alla convergenza delle sue parti».
Da questo punto di vista, i totalitarismi del XX secolo sono incontestabilmente figli (illegittimi) del liberalismo.La fine della II guerra mondiale segna il grande ritorno della democrazia liberale. In un primo tempo, però, per evitare la ricaduta negli errori prebellici, la democrazia liberale si veste da Stato-Provvidenza.
Nel contesto del fordismo trionfante, in realtà si forma un regime misto, che al classico Stato di diritto associa elementi d’essenza più democratica, ma dove la democrazia è vista innanzitutto come «democrazia sociale». Per Gauchet le caratteristiche di questa «sintesi liberal-democratica» sono: rivalutazione del potere esecutivo in seno al sistema rappresentativo, adozione - dove ancora mancavano - di assicurazioni sociali contro la malattia, la disoccupazione, la vecchiaia e l’indigenza, infine costituzione di un apparato che rimedi all’anarchia derivante dal libero sviluppo degli scambi sui mercati.
Più o meno normalmente il sistema funzionò fino a metà degli anni Settanta. Dal 1975-80 nuove tendenze portano a una crisi diversa. Ideata come società d’assicurazioni e come organizzazione benefica, la democrazia sociale comincia ad ansimare e il liberalismo puro torna a prevalere. Privilegiata senza ritegno, la società civile diventa il motore di una nuova fase dell’organizzazione autonoma della vita sociale. È il grande ritorno del liberalismo economico, mentre a poco a poco il capitalismo si libera degli ostacoli, processo culminante nella globalizzazione seguita alla disgregazione del sistema sovietico. A lungo relegata nel ruolo simbolico e decorativo delle venerabili astrazioni d’epoca, l’ideologia dei diritti dell’uomo diventa la religione dei tempi nuovi e, insieme, la cultura dei buoni sentimenti, l’unica capace di realizzare il consenso sulle rovine delle ideologie precedenti.
Nello stesso tempo lo Stato-nazione si rivela sempre più impotente contro le sfide del momento, perdendo progressivamente tutti i «valori di maestà», mentre si assiste, ovunque, al massiccio rilancio del processo d’individualizzazione, che si traduce nella scomparsa, in pratica, dei grandi progetti collettivi fondatori d’un «noi». Mentre in passato «era questione solo di masse e classi, perché l’individuo era considerato per il suo gruppo, la società di massa è stata sovvertita dall’interno dall’individualismo di massa, che sottrae l’individuo al suo appartenere». È anche l’epoca della quasi scomparsa delle società rurali occidentali, rivoluzione silenziosa i cui effetti profondi saranno più o meno inavvertiti, e dalla generalizzazione delle società multietniche, nate dall’immigrazione di massa.
Per capire quest’evoluzione va colta la distinzione fra democrazia antica e moderna. La prima, già insita nell’idea di un’autocostituzione delle comunità umane, può definirsi come la formazione politica dei mezzi dell’autonomia grazie alla partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.
La democrazia moderna è intrinseca alla modernità, ma solo attraverso un legame col liberalismo che tende a snaturarla. La causa profonda della crisi è l’alliage contronatura della democrazia col liberalismo, che Gauchet ha potuto presentare come «la dottrina stessa del mondo moderno».
L’espressione «democrazia liberale» associa come complementari termini contraddittori. Oggi, rivelandosi del tutto, il liberalismo minaccia le basi della democrazia.
Giustamente Chantal Mouffe (The Democratic Paradox, Verso) osserva: «Da una parte c’è la tradizione liberale costituita dal regno della legge, dalla difesa dei diritti dell’uomo e dal rispetto della libertà individuale; dall’altra la tradizione democratica, con idee principali come eguaglianza, identità fra governo e governati, sovranità popolare.
Fra queste due diverse tradizioni non c’è una relazione necessaria, ma solo un’articolazione storica contingente». Senza cogliere questa distinzione non si capisce la crisi attuale della democrazia, crisi di sistema di questa «articolazione storica contingente». Democrazia e liberalismo non sono sinonimi. Su punti importanti sono perfino concetti opposti. Ci possono essere democrazie non liberali (democrazie e basta) e liberali non democratici. Per Carl Schmitt, più una democrazia è liberale, meno è democratica.

(Traduzione di Maurizio Cabona) - Fonte: Arianna Editrice.

Il problema visto dalla sponda liberale: la post democrazia secondo il sociologo tedesco Ralf Dahrendorf, spentosi lo scorso 19 giugno

Il giornalismo che rifiuta il ruolo di "embedded" reagisce duro

Il provvedimento sulle intercettazioni limita la libertà di stampa e la sicurezza dei cittadini

L’ennesimo ricorso alla fiducia, di cui finora si è abusato 19 volte dall’inizio della legislatura dà un’altra mano, probabilmente nel modo più grave e significativo, alle aspettative del Presidente del Consiglio a proposito dell’auspicata narcotizzazione dell’informazione, anche  attraverso il bavaglio alle intercettazioni e alla libertà di stampa. Sulla quale adesso pare sia intervenuto un più che doveroso momento di riflessione. Ma solo su intervento del Presidente Napolitano.
"Se escono fuori registrazioni lascio questo Paese". Così disse Berlusconi l'anno scorso, ad Ancona, e così annunciò la sua offensiva contro le intercettazioni. Più che un'offensiva, la distruzione risolutiva di uno strumento d'indagine essenziale per la sicurezza del Paese e del cittadino. "Permetteremo le intercettazioni - disse nelle Marche quel giorno, era aprile - soltanto per reati di terrorismo e criminalità organizzata e ci saranno cinque anni di carcere per chi le ordina, per chi le fa, per chi le diffonde, oltre a multe salatissime per gli editori che le pubblicano". La possibilità di essere ascoltato nelle sue conversazioni - magari perché il suo interlocutore era sott'inchiesta, come gli è accaduto nei colloqui con Agostino Saccà o, in passato, con Marcello Dell'Utri - è per il Cavaliere un'ossessione, un'ansia, una fobia.
Le intercettazioni e il diritto della stampa di informare su indagini in corso e quello del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo che, nella sentenza del 7 giugno scorso, ha condannato la Francia per violazione della libertà di espressione (ricorso n. 1914/02).
Questo perché i tribunali interni avevano condannato due giornalisti che avevano pubblicato un libro sul sistema di intercettazioni illegali attuato durante la Presidenza Mitterand. Nell’opera, oltre che stralci di dichiarazioni al giudice istruttore e brogliacci delle intercettazioni, era contenuto l’elenco delle persone sottoposte ai controlli telefonici.
La Corte europea ha rafforzato il ruolo della stampa nella diffusione di fatti scottanti, soprattutto quando coinvolgono politici. In questi casi, i limiti di critica ammissibili sono più ampi, perché sono interessate persone che si espongono volontariamente a un controllo sia da parte dei giornalisti, che della collettività.
La Corte europea ha ammesso che i due autori avevano violato le norme sul segreto istruttorio, ma ha riconosciuto prevalente l’esigenza del pubblico di essere informato sul procedimento giudiziario in corso e sui fatti oggetto del libro, al quale erano allegati alcuni verbali di intercettazioni. È legittimo - secondo i giudici europei - accordare una protezione particolare al segreto istruttorio, sia per assicurare la buona amministrazione della giustizia, sia per garantire il diritto alla tutela della presunzione d’innocenza delle persone oggetto d’indagine.
Ma su queste esigenze prevale il diritto di informare, soprattutto quando si tratta di fatti che hanno raggiunto una certa notorietà tra la collettività. Non solo. La Corte europea ha ribaltato l’onere della prova: non tocca ai giornalisti dimostrare che non hanno violato il segreto istruttorio, ma spetta alle autorità nazionali dimostrare in quale modo «la divulgazione di informazioni confidenziali può avere un’influenza negativa sulla presunzione di innocenza» di un indagato. In caso contrario, la protezione delle informazioni coperte da segreto non «è un imperativo preponderante».
Ciò che conta è che i giornalisti agiscano in buona fede, fornendo dati esatti e informazioni precise e autentiche nel rispetto delle regole deontologiche della professione. Una bocciatura anche per le pene disposte dai tribunali nazionali. Secondo la Corte europea, infatti, la previsione di un’ammenda e l’affermazione della responsabilità civile dei giornalisti possono avere un effetto dissuasivo nell’esercizio di questa libertà, effetto che non viene meno anche nel caso di ammende relativamente moderate.
Il provvedimento sulle intercettazioni, estremamente importante, riguarda da vicino la vita di tutti i cittadini italiani, e doveva garantire nel nostro Paese adeguati livelli di sicurezza e la capacità dello Stato di combattere il crimine anche quello organizzato. Si è voluto,invece, con questo provvedimento blindato, limitare l'uso delle intercettazioni e rendere impossibile o estremamente limitato il ricorso a un fondamentale mezzo di ricerca della prova. In tal modo i reati di corruzione, estorsione, rapina, violenza sessuale, nonché i reati finanziari, fiscali e societari di fatto restano al di fuori di questa disciplina, in contrasto con quanto enunciato dalla maggioranza in campagna elettorale in  tema di sicurezza.
Un paese civile riesce a essere tale se tra i suoi cittadini si diffonde la consapevolezza che il reato non resti impunito, che il rispetto della legge sia un riferimento certo per tutti, e che la legge sia effettivamente uguale per tutti e, non come si è fatto con il ‘lodo Alfano’, ricordando il famoso detto che non tutti sono uguali davanti alla legge .
Una consapevole cultura garantista poggia sulla certezza della pena, invece, non solo si sta mettendo in discussione questa certezza ma si sta anche aggredendo la definizione stessa di reato.
Procedendo su più fronti a una costante depenalizzazione dei comportamenti illegali, si sta diffondendo una “de-moralizzazione” del Paese attraverso l’affermazione di una cultura dell’impunità. Ma non basta! In questo provvedimento si trova anche il modo di colpire la stampa e la libera informazione in un Paese come il nostro nel quale a proposito di libera informazione siamo già in una situazione abbastanza critica. Evidentemente, non è  sufficiente controllare i 6 più grandi canali televisivi e la stragrande maggioranza dei giornali; occorreva  anche colpire chi è restato fuori controllo, impedendo alla stampa libera di fare informazione.
Per scardinare, nell'opinione pubblica, la convinzione che gli ascolti telefonici, ambientali, telematici servano e non siano soltanto una capricciosa bizzarria di toghe intriganti e sollazzo indecente per cronisti ficcanaso, sono state costruite nel tempo una narrazione dove si sprecano numeri iperbolici ed elaborate leggende.
Si dichiara: "350 mila intercettazioni, è un fatto allucinante, inaccettabile in una democrazia". Il ministro di Giustizia dichiara che gli italiani intercettati sono addirittura "30 milioni" mentre sono 125 mila le utenze sotto ascolto (le utenze telefoniche, non gli italiani intercettati). Alla procura di Milano, per fare un esempio, su 200 mila fascicoli penali all'anno, le indagini con intercettazioni restano sotto il 3 per cento (6136).
Altra bubbola del ministro è che gli ascolti si "mangiano" il 33 per cento del bilancio della giustizia mentre invece sfiorano soltanto il 3 per cento di quel bilancio (per la precisione il 2,9 per cento, 225 milioni di costo contro i 7 miliardi e mezzo del bilancio annuale della giustizia). Senza dire che, per inerzia del governo, lo Stato paga al gestore telefonico 26 euro per ogni tabulato, 1,6 euro al giorno per intercettare un telefono fisso, 2 euro al giorno per in cellulare e 12 per un satellitare. L'esecutivo non ha tentato nemmeno di ottenere dalle compagnie telefoniche un pagamento a forfait o tariffe agevolate in cambio della concessione pubblica (accade all'estero).
Nonostante questa inerzia, le intercettazioni si pagano da sole, anche con una sola indagine. Il caso di scuola è l'inchiesta Antonveneta. Costo dell'indagine, 8 milioni di euro. Denaro incassato dallo Stato con il patteggiamento dei 64 indagati, 340 milioni. Il costo di un anno di intercettazioni e avanza qualche decina di milioni da collocare a bilancio, come è avvenuto, per la costruzione di nuovi asili.
Comunque la si giri e la si volti, questa legge serve soltanto a contenere le angosce di alcuni, a proteggere le loro relazioni e i loro passi, a salvaguardare il malaffare dovunque sia diffuso e radicato. Per il cittadino che chiede sicurezza e vuole essere informato di quel accade nel Paese è soltanto una sconfitta che lo rende più debole, più indifeso, più smarrito.
Che con la crisi mondiale ed i provvedimenti che sono stati adottati la democrazia ultraliberale sia giunta al suo capolinea non occorre dimostrarlo. Ma il rifiuto del voto, un fenomeno generalizzato, riconfermato dalle elezioni europee e poi, persino dalle elezioni locali ha dato ancor più vigore al dibattito che infiamma davvero l'Europa più sensibile.
Purtroppo non avviene altrettanto in Italia: nessuno dei due grandi partiti ha interesse ad alimentarlo, ma altrove, in Francia, in Germania ed Inghilterra è aperto il confronto sul dopo. In questo senso Il Vascello pubblica, qui sopra il prezioso intervento di Alain de Benoist e poco prima della sua morte (avvenuta lo scorso 19 giugno, all'età di 80 anni), si è nuovamente espresso il filosofo e sociologo tedesco Ralf Gustav Dahrendorf, del quale si ha traccia- persino da noi - in una intervista di di Antonio Polito pubblicata da Laterza con un titolo significativo "Dopo la democrazia".
La fine del secolo breve sembrava avere segnato il definitivo trionfo dell'economia di mercato e della democrazia liberale. Dopo il crollo del muro di Berlino e l'implosione dell'Unione sovietica, il modello democratico-rappresentativo è stato adottato dagli ex paesi socialisti ed è stato celebrato come fonte e garanzia di libertà, pluralità e progresso. Tuttavia, proprio nel momento in cui la democrazia liberale viene esaltata, la sovranità degli Stati-nazione, base delle moderne democrazie rappresentative, è sottoposta -secondo Dahrendorf - alle tensioni erosive dai processi di globalizzazione e glocalizzazione e dal crollo della grande finanza come intriseca garanzia di pluralità attraverso una diffusione generalizzata della ricchezza.
Ma se la democrazia ultraliberale che pare il nerbo del mondo occidentale ed il suo vangelo per tutti i popoli del mondo implode perchè i cittadini non la riconoscono e se ne allontanano, è doveroso che una sempre più cospicua letteratura critica si interroghi oggi sul futuro della democrazia.
Al suo interno, schematicamente, è possibile distinguere due diverse correnti di pensiero: quella dei globalisti, da un lato, e quella degli scettici, dall'altro. I primi, i globalisti, sostengono la crisi irreversibile dello Stato-nazione a seguito dei processi di compressione spazio-temporale, di accelerazione dell'interdipendenza economica delle diverse società nazionali e di contrazione del mondo che caratterizzano le dinamiche della globalizzazione. Gli scettici, invece, denunciandone gli aspetti ideologico-mistificatori, respingono il concetto di globalizzazione, preferendo parlare di internazionalizzazione, per sottolineare la perdurante centralità degli Stati-nazione anche in una fase storica in cui i legami economici tra le diverse società nazionali si accrescono e diventano sempre più forti.

Ed ecco Ralf Dahrendorf interrogarsi sulla post-democrazia. Contraltare alle tesi di Alain de Benoist, ma alla fine assai vicino nelle conclusioni, l'autore della Libertà che cambia si professa ancora un grande sostenitore ed uno strenuo difensore della democrazia classica, ma dichiara anche di essere consapevole della necessità di ripensare gli assetti costituzionali attraverso i quali la democrazia funziona, alla luce dei cambiamenti fondamentali che sono avvenuti e continuano a verificarsi.
La democrazia classica a cui Dahrendorf fa riferimento è la democrazia rappresentativa, da lui stesso definita come un insieme di istituzioni finalizzate a dare legittimità all'esercizio del potere politico .
Secondo Dahrendorf, i principi costitutivi del modello democratico-rappresentativo sono essenzialmente tre: 1) la possibilità di produrre cambiamenti politici senza ricorrere alla violenza; 2) la possibilità, attraverso un sistema di chek and balance, di controllare coloro che detengono il potere, in modo tale che non ne abusino; 3) la possibilità da parte del demos di avere voce in capitolo nell'esercizio del potere.
Se i principi costitutivi della democrazia classica rimangono per Dahrendorf ancora fondamentali ed attuali, di contro, secondo il sociologo tedesco, è difficile comprendere come essi possano funzionare in una dimensione diversa da quella dello stato-nazione, oggi in crisi.
La crisi della democrazia è, dunque, strettamente legata per Dahrendorf alla crisi dello stato-nazione, una crisi che egli riconduce alle dinamiche della globalizzazione e della glocalizzazione; ossia al duplice processo di erosione e frammentazione della sovranità nazionale da un lato verso l'esterno degli ordinamenti nazionali, dall'altro verso il loro interno.
Nel caso della globalizzazione, i poteri, prima esercitati dalle democrazie rappresentative, stanno emigrando progressivamente verso organizzazioni sovranazionali ed internazionali, sia politiche sia economiche, nei confronti delle quali i cittadini non possono esercitare nessuna forma di controllo e rispetto alle quali, sottolinea Dahrendorf, i tre requesiti fondamentali del paradigma democratico-liberale non trovano più nessuna risposta.
Per quanto concerne i processi inerenti la glocalizzazione, il sociologo tedesco ne sottolinea gli aspetti positivi, riscontrabili nel rafforzamento dei poteri di comuni, province e regioni, ai fini di una riformulazioni degli assetti democratici su scala locale. Evidenzia, tuttavia, anche gli aspetti negativi del localismo quando esso si trasforma in regionalismo; ossia nella tendenza alla creazione di regioni omogenee da un punto di vista etnico, che divengono intolleranti al proprio interno ed aggressive verso i paesi confinanti.

Il duplice processo di erosione diventa evidente allorquando si analizzano le istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa. I Parlamenti stanno oggi progressivamente perdendo la loro centralità legislativa e la loro funzione di rappresentanza. I governi sono trascinati verso spinte populistiche da nuovi leaders demagogici. I partiti sono oramai divenuti delle semplici macchine elettorali, avendo abdicato alla loro funzione di intermediari. Le elezioni, infine, non sembrano più consentire ai cittadini di incidere fattivamente sui cambiamenti delle linee di governo.
Tuttavia, pur evidenziando la crisi attraversata dagli attuali ordinamenti politico-istituzionali democratici, Dahrendorf non la enfatizza e prende le distanze dalle tesi estreme sulla globalizzazione. L'indebolimento della democrazia causato dall'emigrazione delle decisioni verso altri spazi non significa che gli Stati-nazione non abbiano più alcuna possibilità di prendere decisioni cruciali, e spesso differenti da paese a paese.
Dahrendorf esemplifica i problemi inerenti all'applicazione delle istituzioni tradizionali della democrazia rappresentativa ad organizzazioni sovranazionali, soffermandosi sull'Unione europea. Per il sociologo tedesco l'Unione europea rappresenta una realtà istituzionale intrinsicamente non democratica, il cui carattere non democratico affonda in qualche misura già nelle sue stesse origini.
Si assiste, così, prosegue Dahrendorf alla costruzione di un'entità politica sovranazionale che non solo legifera in segreto, ma che risulta anche essere priva della conditio sine qua non per la realizzazione di una democrazia rappresentativa: un demos europeo per una democrazia europea.
A differenza degli Stati Uniti d'America, infatti, l'Europa è composta da un alto numero di Paesi con un inadeguato livello di coesione culturale.
E comunque, vengono a galla gli estremi difetti della democrazia americana, ravvisabili sia nella rilevanza che le risorse economiche, dirette o indirette, ricoprono nella selezione e nella formazione della classe dirigente politica, sia nella cultura esasperatamente produttivistica del capitalismo americano, di cui spesso il ceto politico, come nel caso dell'amministrazione Bush, diventa il pedissequo ed acritico portavoce. Da questa cultura stenta a liberarsi, nei fatti, Barack Obama, che ha introdotto interventi contradditori rispetto al libero mercato ma graditi dal neo liberismo corrotto, confermando nella opposizione dei termini la crisi della acclamata democrazia liberale.

Per quanto concerne i media tradizionali - stampa, radio, televisione - Dahrendorf precisa che essi non soltanto riflettono, ma anche deviano in una direzione o in un'altra gli orientamenti della gente. E' dunque estremamente importante ai fini della democrazia, anche più che nel passato, che ci sia una pluralità di media, che non si creino cioè né monopoli né cartelli. Ed è altrettanto importante che i media siano criticabili, che ci sia cioè una dialettica in cui altri media, ma anche istituzioni e organizzazioni, possono giudicare, obiettare, contestare.
Soffermandosi sulle nuove tecnologie della comunicazione, e in modo specifico su Internet, il sociologo tedesco ne riconosce le potenzialità. Osserva, tuttavia, anche che, pur garantendo una maggiore partecipazione, il dibattito che si svolge sulla Rete non possiede i caratteri di un dibattito politico informato, in quanto di esso non si conosce mai precisamente quale sia lo stato e quali siano gli esiti, chi siano i partecipanti e chi i destinatari.
Infine, per quanto riguarda la piazza, intesa come luogo fisico e simbolico in cui i cittadini manifestano il proprio dissenso ed esprimono i propri interessi, le proprie istanze ed i propri desideri, il sociologo tedesco, pur criticandone gli eccessi e le violenze, ne evidenzia l'attuale importanza, in quanto (...) finché non troviamo un altro modo per riempire questo vuoto, finché coloro che sono eletti non scopriranno altre vie per mettere in condizione il popolo di avere voce in decisioni sempre più prese in sede remote ed irraggiungibili, quelle manifestazioni restano comunque un buon segno. Perciò ci dicono qualcosa di importante: che la gente non accetta questo stato di cose
Dahrendorf si sofferma anche sulle sfide poste alla democrazia dai nascenti problemi relativi alle questioni bioetiche. A suo avviso, data la loro estrema complessità sia sul piano scientifico, sia su quello etico, tali tematiche non possono essere sottoposte al processo democratico di decisione, basato sul principio di maggioranza, non possono cioè essere valutate adeguatamente dal senso comune dei cittadini. Per questo, secondo il sociologo tedesco, la soluzione migliore sarebbe l'istituzione di Senati etici rigorosamente non elettivi, composti da eminenti personalità, esperte di questioni bioetiche, che godano della fiducia del pubblico e prendano decisioni meditate e non partigiane.
Nel complesso Dahrendorf ritiene che la crisi dei vigenti ordinamenti democratici segni una nuova fase storico-politica: quella della post-democrazia. Una fase critica che richiede uno sforzo di creatività, in modo da ripensare le istituzioni democratico-rappresentative alla luce dei nuovi processi in atto.
I democratici - conclude Dahrendorf - non devono chiudere gli occhi davanti alla realtà e ai cambiamenti che sono avvenuti, ma devono piuttosto cercare di applicare i loro principi ad una situazione profondamente mutata. Dopo la democrazia, noi dobbiamo e possiamo costruire una nuova democrazia.

Osservatorio, idee, firme di ieri e di oggi de Il Vascello


Avanti Barack, infrangi lo specchio, Guantanamo e l'ingiustizia, ma ci sono ancora radici velenose

Dal discorso di Harold Pinter ( Premio Nobel) alla attuale presidenza USA

DI MIKE WHITNEY
informationclearinghouse.info


Venite a vedere il sangue nelle strade.
Venite a vedere
il sangue nelle strade.
Venite a vedere il sangue
nelle strade!
Poesia di Pablo Neruda


Obama non riesce a chiudere Guatanamo. La America truce non demorde. Ecco allora una premessa, il discorso di Harold Pinter, per la accettazione del premio Nobel.


"In Nicaragua, gli Stati Uniti sostennero la brutale dittatura di Somoza per oltre 40 anni. Nel 1979 il popolo nicaraguense, guidato dai sandinisti, rovesciò questo regime; fu una rivoluzione popolare straordinaria.

I sandinisti non erano perfetti. Avevano una buona dose di arroganza e la loro filosofia politica conteneva diversi elementi contraddittori. Ma erano intelligenti, razionali e civili. Si proponevano di creare una società stabile, decorosa e pluralista. Fu abolita la pena di morte. Centinaia di migliaia di contadini indigenti furono strappati all’invisibilità in cui vivevano. Oltre 100mila famiglie ricevettero terreni. Furono costruite duemila scuole. Un’eccezionale campagna di alfabetizzazione ridusse l’analfabetismo nel Paese a meno di un settimo. Furono istituite istruzione e assistenza sanitaria gratuite. La mortalità infantile fu ridotta di un terzo. La poliomelite fu debellata.

Gli Stati Uniti denunciarono questi successi come sovversione marxista-leninista. Dal punto di vista del governo statunitense, si trattava di un precedente pericoloso. Se al Nicaragua si fosse permesso di stabilire norme basilari di giustizia sociale ed economica, se gli si fosse permesso di elevare gli standard di assistenza sanitaria e di istruzione, di conquistare l’unità sociale e l’orgoglio nazionale, i Paesi confinanti si sarebbero posti le stesse domande e avrebbero agito nello stesso modo. A quel tempo, c’è da dire, vi era una tenace opposizione allo status quo in El Salvador.

Poco fa ho parlato di 'un affresco di menzogne’ che ci circonda. Il presidente Reagan soleva definire il Nicaragua come una 'segreta totalitaria'. Quest’espressione fu in genere accolta dai media, e di certo dal governo britannico, come un’osservazione esatta ed equa. Ma di fatto, durante il governo sandinista, non si registrarono squadroni della morte. Non si registrarono torture. Non si registrarono episodi di brutalità militare sistematica o ufficiale. Nessun prete fu assassinato in Nicaragua. In effetti, al governo c’erano tre preti, due gesuiti e un missionario della Società di Maryknoll. Le prigioni totalitarie erano in realtà lì accanto, in El Salvador e Guatemala. Gli Stati Uniti avevano abbattuto il governo democraticamente eletto del Guatemala nel 1954 e si stima che oltre 200mila persone siano rimaste vittima delle dittature militari che si sono susseguite.

Sei dei più esimi gesuiti al mondo furono ferocemente assassinati all’Università Centroamericana di San Salvador nel 1989 da un battaglione del reggimento Atcatl addestrato a Fort Benning, Georgia, USA. L’arcivescovo Romero – uomo estremamente coraggioso – fu ucciso mentre diceva messa. Secondo le stime, morirono 75mila persone. Perché furono uccise? Furono uccise perché credevano nella possibilità e nella necessità di una vita migliore. Questa convinzione li qualificò immediatamente come comunisti. Morirono perché osarono mettere in discussione lo status quo, quell’infinito acrocoro fatto di povertà, malattia, degrado e oppressione, che costituiva il loro diritto di nascita.

Alla fine gli Stati Uniti abbatterono il governo sandinista. Ci vollero anni e molta resistenza, ma l’implacabile persecuzione economica e 30mila morti alla fine minarono lo spirito dei Nicaraguensi. Erano di nuovo esausti ed indigenti. Fu il ritorno nel Paese delle case da gioco. La fine dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione gratuite. Il ritorno, vendicativo, delle grandi aziende. La 'democrazia’ aveva prevalso.

Ma questa 'politica’ non fu affatto limitata all’America Centrale. Fu portata avanti in tutto il mondo. Fu infinita. Ed è come se nulla di tutto questo sia mai accaduto.

Gli Stati Uniti sostennero e in molti casi ingenerarono tutte le dittature militari di destra nel mondo a partire dal Secondo Dopoguerra. Mi riferisco a Indonesia, Grecia, Uruguay, Brasile, Paraguay, Haiti, Turchia, Filippine, Guatemala, El Salvador e, naturalmente, Cile. L’orrore che gli Stati Uniti inflissero al Cile nel 1973 non potrà mai essere espiato e non potrà mai essere perdonato.

In tutti questi Paesi si verificarono centinaia di migliaia di morti. Si verificarono davvero? E possono essere in tutti i casi attribuite alla politica estera statunitense? La risposta è affermativa in entrambi i casi: si verificarono e sono attribuibili alla politica estera americana. Ma sembra che non sia così".

Il discorso di Pinter è un tetro atto di accusa contro la politica estera statunitense; una politica che ora si cela dietro la facciata da rock star di Barack Obama. Nulla è cambiato e, forse, nulla cambierà. La medesima campagna barbara che ha prosperato con Bush è passata ad Obama intatta.

Ovunque vi sia resistenza alle ambizioni statunitensi, lì è il nemico. Non importa se si tratta di marxisti a Bogotà, nazionalisti in Kosovo, bolivariani a Caracas, miliziani shiiti a Beirut, islamici moderati a Mogadiscio o quaccheri a Toledo. Sono tutti nemici, ognuno di loro, e li si deve affrontare.

Obama non è uno stupido; sa che lo stanno usando. Sa di non essere stato scelto per le sue opinioni illuminate sull’assistenza sanitaria e sulle cellule staminali. È stato scelto perché gli uomini in carica avevano bisogno di un nuovo uomo-immagine dietro cui nascondersi per portare avanti le loro attività illecite. Obama non è tanto un comandante supremo, ma piuttosto un abile prestigiatore che distoglie l’attenzione dalla guerra clandestina che continua inesorabilmente con o senza il suo consenso. Ancora Pinter dice:

"I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, continui, feroci, spietati, ma solo in pochissimi ne hanno davvero parlato. Bisogna riconoscerlo all’America. Ha esercitato una manipolazione alquanto clinica del potere in tutto il mondo mascherandosi da forza del bene universale. Un numero di ipnosi eccezionale, persino arguto, di enorme successo... Uno stratagemma scintillante".

Si consideri come si sono modellate le notizie per far sembrare che le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan fossero effettuate per altruismo. Di conseguenza, la guerra in Afghanistan è divenuta l’"Operazione libertà infinita", con l’enfasi sulla generosità disinteressata del bombardare un Paese fino all’oblio e riportare al potere violenti signori della guerra. La stessa strategia è stata usata per l’invasione dell’Iraq, celebrata come la "liberazione da un brutale dittatore". Liberazione che è costata la vita ad oltre un milione di Iracheni e l’esodo di quattro milioni di profughi. Eppure, nessuno all’ONU o nella cosiddetta comunità internazionale ha fatto pressioni affinché gli U.S.A. fossero allontanati dal Consiglio di Sicurezza o affinché i loro leader fossero perseguiti per crimini di guerra. Ciò testimonia il successo dei media statunitensi nel sorreggere quell’"affresco di menzogne" di cui parla Pinter. Con Obama al governo, la farsa è solo peggiorata. Le notizie sulla guerra sono cessate del tutto. Guerra? Quale guerra? Ciò che importa ora sono gli allegri scambi di battute tra Obama e Jay Reno, o le braccia ben proporzionate di Michelle, o l’adorabile cane de agua portoghese di Malia. L’America è di nuovo tutta intera. Che riprendano le uccisioni.

Obama non deve risolvere i problemi del mondo. Non deve invertire il riscaldamento globale né rallentare il picco del petrolio, curare l’AIDS o mettere fine alla fame nel mondo. Tutto ciò che deve fare è soddisfare i requisiti minimi del suo lavoro di presidente, ovvero portare giustizia al suo popolo. La giustizia viene prima di tutto il resto; è il filo che tiene insieme il tessuto sociale. Giustizia per le vittime che sono state uccise nelle loro case con le loro famiglie, mentre dormivano o stavano a cena. Giustizia per la gente bombardata durante le feste di matrimonio o mentre andava al lavoro o era alla moschea a pregare Dio. Questo è ciò che la gente vuole da Obama. Giustizia, niente di più. Il Reverendo Martin Luther King disse, "L’arco dell’universo morale è lungo, ma si piega verso la giustizia". Sta ad Obama seguire quell’arco e fare almeno un passo sulla via della legalità, dell’assunzione di responsabilità e della giustizia.

Pinter: "Quante persone bisogna uccidere per meritare la qualifica di stragista o criminale di guerra? Centomila? Più che sufficienti, direi. Perciò è legittimo che Bush e Blair siano chiamati a rispondere di fronte alla Corte Penale Internazionale".

È molto poco probabile che un nero con un passato nell’organizzazione di comunità creda veramente che espandere la guerra in Afghanistan sia la cosa giusta da fare. E non è probabile neppure che egli sostenga le intercettazioni, il giro di vite sugli immigrati, le sanzioni a chi vende marijuana terapeutica, trilioni di dollari per salvare le banche o interrogatori "potenziati". Sta semplicemente leggendo il copione che gli è stato fornito. Ma con l’aggravarsi della crisi economica, la progressiva radicalizzazione del Paese e l’aumento dell’instabilità politica, quel copione sè da buttare. Obama avrà moltissime opportunità di scrollarsi di dosso i burattinai e dimostrare di che stoffa è veramente fatto. Forse, dopo tutto, è un grand’uomo.

Pinter: "Quando guardiamo in uno specchio pensiamo che l’immagine di fronte a noi sia fedele, ma se ci spostiamo di un millimetro l’immagine cambia. In realtà stiamo guardando infinite immagini riflesse. Talvolta, tuttavia, uno scrittore quello specchio lo deve infrangere, perché è dall’altro lato che la verità ci fissa negli occhi".

Avanti, Barack. Infrangi lo specchio.

Riflessioni sulla scuola (non solo americana): formare uomini, non carriere

di Eugenio Blondet (Effedieffe)


«Al diavolo il progresso dei computer», ha detto Kurt Vonnegut agli studenti: «siete VOI che dovete progredire e migliorare, non i computer. Cercate quel che è dentro di voi. E non uccidete nessuno». Fatto stupefacente: ad ascoltare il nonagenario Vonnegut, il più grande scrittore americano vivente («Mattatoio 5», «Madre Notte»), c'erano, nell'aula della Ohio Union, duemila studenti di college, da nessuno precettati. Questa notizia mi ha commosso. Duemila studenti americani che ascoltano non una lezione di business di marketing, ma una lezione di vita, vogliono dire qualcosa. E le parole di Vonnegut dicono che c'è in lui la stessa preoccupazione che unisce i nostri lettori a questo sito: che prima di «fare politica», più urgente, bisogna ricostruire gli uomini, rieducarli alla civiltà che stiamo dimenticando. Ho un altro segnale che questa preoccupazione - che possiamo chiamare pedagogica - sta crescendo, e proprio negli Stati Uniti (il richiamo a questo problema appare anche nel discorso di insediamento di Barack Obama - ndr).

David Brooks, un columnist dell'Herald Tribune, ha scritto un articolo insolito . Titolo: «ciò che ogni studente universitario deve sapere». Sottotitolo: «se fate tutto quel che è in questa lista, avrete la migliore educazione, qualunque 'college' frequentiate». Segue la lista dei consigli: come uno di quei manuali che in USA hanno intramontabile successo, tipo «come apprendere a parlare in pubblico in cinque lezioni». Ma è il genere dei «consigli» che Brooks dà agli studenti ad essere inaudito.


Esempio: «Leggete il Gorgia di Platone». L'antico dialogo? Consigliato a studenti americani che (poiché i college in USA costano salati, specie i più prestigiosi) stanno studiando per fare carriera, per avere un buon posto di lavoro? A che serve, a loro, il Gorgia? «Lo scopo esplicito del dialogo», spiega Brooks, «è dimostrare la superiorità della filosofia (la ricerca della saggezza e della verità) sulla retorica (l'arte di persuadere per vincere in una causa). Ad un livello più profondo, il dialogo insegna che gli onori mondani che si possono conquistare con un'oratoria efficace, facilmente erodono la nostra dedizione alla verità: dedizione che è essenziale per la nostra integrità come persone. Sicchè l'abilità oratoria è un dono pericoloso, perché mette in pericolo l'anima. Il Gorgia spiega tutto ciò che dovete sapere sulla politica e gli opinionisti di grido».


«Iscrivetevi a un corso sull'antica Grecia». Inaudito. Ma «per 2500 anni, gli educatori hanno saputo che l'essenza della loro missione era portare gli studenti a contatto con eroi come Pericle, Socrate e Leonida. Diceva Aristotile: 'non c'è abitudine più importante da acquisire, che l'ammirazione per i caratteri magnanimi e le nobili azioni'. Alfred Whitehead [il filosofo-matematico, morto nel 1947] era d'accordo: 'l'educazione morale è impossibile senza l'abituale visione della grandezza'». Profondamente vero: le «vite degli uomini illustri», le loro abnegazioni ed eroismi, sono stati lo strumento primario dell'educazione greco-romana. Specie dell'educazione elementare, dei bambini: questi non possono essere convinti da argomenti razionali o etici, ma devono essere infiammati da esempi magnanimi. L'educazione più necessaria è l'educazione dei sentimenti. I bambini - ma anche noi - non hanno bisogno di etica, bensì di «epica». Purtroppo, questa pedagogia dei sentimenti, questa scuola di addestramento alle nobili passioni è stata cancellata.


«Imparate una lingua straniera». Sembra un ovvio precetto pratico. Ma non lo è. Le scuole moderne e più reputate (pensate alla Bocconi e ai suoi master) hanno finito per trasformare troppi studenti «in piccoli carrieristi, pronti ad ogni furbata per prevalere». Per contrastare questa tendenza, occorre farli studiare materie «mostruosamente prive di scopo pratico, come la storia dell'arte e il teatro elisabettiano». Ma meglio ancora, una lingua. Ma non al modo con cui le si insegna oggi, per «parlarla» quel tanto che basta a sopravvivere in un ristorante all'estero, e nemmeno per condurre una trattativa d'affari. No: bisogna studiare per poter leggere le opere di quella cultura straniera. Per scoprire modi diversi di pensare, imparare ad amare la straordinaria varietà delle culture umane nella essenziale somiglianza degli uomini. «Annettersi un'altra cultura», dice Brooks, consente di «scoprire lati ignorati di se stesso». Come dice un detto spagnolo, «Dos idiomas, dos almas»: chi conosce due lingue, possiede due anime.


«Leggete Reinhold Niebuhr». Teologo protestante, centrale nel pensiero religioso-civile americano, Niebuhr è morto nel 1971. Perché leggere un teologo? Perché la religione «è una delle forze essenziali che guidano questo secolo», e bisogna imparare a maneggiarla. Secondo Brooks, il credente che legge Niebuhr impara «che la pietà pubblica corrompe la fede privata, e che la fede deve, nella società, svolgere un ruolo profetico». L'ateo, impara «che la gente che crede in Dio può essere davvero molto, molto intelligente» (e non fanatici oscurantisti ignoranti). Entrambi, atei e credenti, impareranno che «il male e il bene esistono davvero - e che distinguerli non è facile come si crede». Infine, chi assorbe gli insegnamenti di Niebuhr non crederà più che il metodo migliore per giudicare le opinioni è etichettarle «di destra» e «di sinistra».


Che ne dite, cari lettori? Qualunque cosa si pensi dei consigli che l'americano Brooks rivolge agli studenti americani, si riconoscerà che sono basati su due cose: insistono sulla cultura classica come formazione di caratteri (noi, il latino e greco l'abbiamo abolito) ; e non sono precetti pratici, atti ad «aver successo nella carriera» o a «preparare al mondo del lavoro». Anzi, ecco l'ultimo suggerimento di Brooks: «Dimenticatevi della carriera, per una volta nella vita».
In America, dunque, c'è chi «ripensa dal principio» la scuola: non si tratta di formare manager, ma di formare uomini.


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di Dom, 19 lug 2009

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