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La chiesa di Gerolamo Vida sta ritornando alla sua straordinaria bellezza con il contributo della Fondazione Arvedi Buschini

Miracolo a Santa Margherita: lo scrigno è riaperto e splende oltre ogni previsione

Giovanni Arvedi racconta come (grazie anche a una ammirazione personale per questa chiesa coltivata sin da ragazzo) la Fondazione Arvedi Buschini abbia compiuta una delle imprese più belle nella storia dell'arte cremonese recente. Il restauro totale della Chiesa di Santa Magherita e Pelagia, uno dei capolavori assoluti del rinascimento cremonese. La chiesa svela tutta la sua incomparabile bellezza, chiesa "intoccabile" come voleva il vescovo Gerolamo Vida, gioiello perfetto del Rinascimento cremonese . Nel giorno inaugurale, interventi di Giulio Bora sull'opera pittorica di Giulio Campi, di Don Pietro Bonometti, rettore della chiesa, di Gianluigi Colalucci, responsabile del restauro, di Filippo Trevisani soprintendente per il patrimonio artistico. Siamo di fronte a una delle espressioni più alte di mecenatismo a Cremona.
di Giovanni Arvedi*
Vanno in libreria il libro sul restauro di Santa Margherita e il relativo DVD

La Fondazione Arvedi-Buschini ha curato la pubblicazione di un volume e la realizzazione di un DVD riguardo dell’attività di studio e documentazione dell’opera di restauro della chiesa delle Ss Margherita e Pelagia e per consentire una più diffusa conoscenza dell’intero ciclo pittorico .
Le due opere, a tiratura limitata,  sono messe in vendita nelle librerie cremonesi.
Il libro, La Chiesa delle Ss. Margherita e Pelagia. Storia e Restauro, può essere acquistato al prezzo di copertina di € 50 mentre il DVD Ne Qua patriae Splendori Deesset – prodotto da Teleradio Cremona Cittanova – con regia di Pietro Bonometti e Attilio Cibolini viene venduto al prezzo di € 18.
Sulle attribuzioni del volume qualche motivata contestazione. Clicca qui e leggi
I miei genitori e una mia predilezione, fin dalla giovinezza, per santa Rita mi portavano a visitare la chiesetta delle Sante Margherita e Pelagia, comunemente chiamata dai moltissimi devoti: la chiesa di Santa Rita.
Nelle mie visite ero attraversato da sentimenti ricorrenti e contrastanti: il rammarico nel constatare quanto poco la chiesa fosse frequentata; l'ammirazione per la fulgida bellezza di alcuni affreschi, ma, soprattutto, il grande conforto di un orante silenzio che favorisce la riflessione e la pace.
Guardando e scrutando, di volta in volta, mi convinsi e mi entusiasmai di come sarebbe stato bello ridare vita, luce, a questo straordinario tesoro di vita cristiana e scrigno di opere d'arte, un po' troppo dimenticato.
I lavori iniziarono otto o nove anni fa con il consolidamento strutturale di tutto l'edificio, dal risanamento delle fondamenta, rose dall'umidità, che, da troppi anni, affliggeva le pareti dell'edificio sacro, fino ai tetti e agli ambienti a ridosso dell'abside.

Terminata la parte strutturale, si è dato inizio al recupero e al restauro della parte pittorica e delle dodici statue in cotto. Per il difficile compito, in accordo con il Rettore don Bonometti, fu chiamato e incaricato il professor Gianluigi Colalucci, uno dei più conosciuti e stimati maestri nel restauro pittorico. Il responsabile per i Beni culturali ecclesiastici, don Bonazzi, convalidò e approvò la scelta.
L'occasionale incontro, presto trasformatosi in assidua frequentazione con don Pietro, Rettore della chiesa, nella veste di esperto cultore e straordinario conoscitore dell'arte cremonese e non solo, è stato ed è per me importante occasione, così che è nata una vicendevole e profonda stima, oltre che comunione d'intenti e di pensieri che, con il tempo, si è approfondita e consolidata.


Il suo amore per il bello, la solida fede e la profonda conoscenza mi hanno accompagnato in questi anni attraverso i vari episodi della vita di Cristo che con straordinaria sensibilità il vescovo di Alba, Marco Gerolamo Vida, aveva commissionato a Giulio Campi, il quale con un profondo e ordinato linguaggio, rispettoso della liturgia e della simbologia della fede cristiana, li realizzò nella chiesa di Santa Margherita.
Non meno importante è stato l'incontro con il professor Colalucci, la cui conoscenza, con il tempo, è diventata amicizia. Dopo il restauro della Cappella Sistina e di altri tesori della pittura italiana, come la Cappella Overtari, presso la chiesa degli Eremitani, a Padova, l'esperto restauratore affrontava, con grande prudenza, il recupero, a volte disperato, di quanto era rimasto dopo anni di abbandono e di degrado di questa opera di così alto livello, concepita, realizzata da una mente e da un sentimento ispirati e nutriti da una profonda fede cristiana.
Il professor Colalucci si è dedicato a questo recupero con grande professionalità e con straordinaria sensibilità artistica e religiosa. Questo suo approccio così semplice, competente e, nello stesso tempo, ispirato da profondi convincimenti cristiani ha reso il tutto più facile e stimolante. La costante dedizione e l'incondizionata fiducia, che meritano tutta la nostra gratitudine, sono state ripagate dalla scoperta inattesa e straordinaria, oltre che di un ciclo pitorico, piccolo di dimensioni ma grande per qualità e valore artistico, offuscato da una coltre nera di fumo di canlele e polvere, anche della decorazione originale delle pareti che una pesante e scura decorazione ottocentesca in stile settecentesco nascondeva nella sua sobria e raffinata qualità cromatica.

Il mio incontro con l'arte pittorica di Giulio Campi è paragonabile a quello di una persona ammirata dalle eleganti affinatezze degli affreschi, dalla naturalezza dei volti e delle espressioni che suscitano emozioni che non si dimenicano. Chi, come me, ha avuto la fortuna di osservare da vicino certi preziosismi non può non ammirare il tratto rapido, deciso e geniale del pittore tanto da esclamare: a quel tempo, vi erano artisti, e com'erano dotati di autentiche qualità creative e di capacità tecniche impressionanti.
Giunti alla fine, lo devo ammettere, è stata un'esperienza entusiasmante che mi ha reso felice e ha arricchito la mia conoscenza. Quanto siamo riusciti a realizzare nel corso di questi otto - nove anni è stato reso possibile dalla qualità dalla partecipazione di molte altre persone fra le quali amo ricordare Carlo Giantomassi, Daniela Bartoletti e Donadia Zari, restauratori; i loro diversi collaboratori; Riccardo Musi e la sua impresa; i sopraintendenti e funzionari delle rispettive soprintendenze per i Beni architettonici e per il Paesaggio di Brescia, Cremona, Mantova e della Soprintendenza per il Patrimonio storico, artistico e Demoetcoantropologico di Brescia, Cremona e Mantova che hanno dato, con professionalità e grande competenza, la loro massima disponibilità.


Desidero precisare che, quando iniziammo i lavori, nessuno pensava che avremmo trovato un tesoro così grande.
Ancora una volta gli sforzi, la tenacia, la competenza di tutti coloro che hanno lavorato a questo recupero sono stati premiati da una soddisfazione ancora più grande e gratificante. È una ricompensa così piena e totale da non avere paragone.
Santa Rita ha favorito, con la sua protezione, il recupero di tutto quello che sembrava irrimediabilmente perduto.
Con soddisfazione e intima gioia per il risultato ottenuto, siamo lieti di restituire al nostro caro vescovo, sua Eccellenza monsignor Dante Lafranconi, ai numerosi, devoti fedeli della santa degli impossibili, totalmente restaurata la chiesa delle Sante Margherita e Pelagia. Saremo ancora più felici se avremo non soltanto fatto risplendere e rivivere lo splendore della pittura, ma soprattutto ravvivato lo spirito del messaggio di vita cristiana che ha animato coloro che hanno ideato e realizzato questa importante opera d'arte sacra e religiosa, che noi ci siamo impegnati a riconsegnare alla città, con il nostro amore e il nostro lavoro.
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*Presidente Fondazione Arvedi Buschini

Nelle ultime due fotografie la cupola prima e dopo il restauro

Sulle attribuzioni del volume che accompagna il restauro
qualche motivata contestazione

Caro Direttore,
seguo sempre il suo giornale online e, come da suo cortese consiglio, sono stato in libreria a comperare il volume dedicato allo splendido restauro di Santa Margherita, per il quale ho fatto -e rinnovo- i complimenti alla Fondazione Arvedi. Mi rammarico per le fotografie, spesso non bellissime, e mi scuso con gli autori delle stesse mentre dico questo: forse perché la chiesetta è per me uno splendore, io dico (come molti altri cremonesi che hanno la mia stessa opinione) che si poteva fare molto, ma molto di più.
Leggendo il catalogo però, da appassionato studioso degli architetti Dattaro, ho riflettuto : cito testualmente "la paternità campesca del progetto è stata unanimemente accettata dagli studiosi" Ma non era lei stesso, caro Direttore, che pubblicava sul sito brani del Voltini nei quali si assegna (o comunque si dubita) della paternità ai Dattaro ? E poi, francamente, al di là delle prove meramente stilistiche che i ricercatori (e sovrintendenti) portano a suffragio di queste ipotesi (ripeto, di queste mere ipotesi stilistiche, che non fanno mai la Storia), cosa c'è di campesco in una facciata che, in ogni suo millimetro di bugnato, riporta esattamente a quello di palazzo Barbò (via Palestro), opera documentata archivisticamente, e attribuita ai Dattaro ? Il bugnato non solo è identico, ma è costituito da blocchi tagliati alla stessa maniera!
Dire che a Cremona, stilisticamente, la chiesetta è un unico caso isolato, è poco corretto: i triglifi appaiono molto distanziati, con un ritmo tale da avvicinarli alla lezione del Sanzio (poi ripresa dal Pippi a Mantova)..i raccordi a guscia (altissimi) delle basi delle lesene di facciata, sono identici a quelli del frontespizio del Quarto Libro di Serlio (Venezia, 1537)...la stessa facciata si struttura su di una citazione del mantovano palazzo Te; come si fa ad avvicinare queste evenienze ai pochissimi disegni architettonici, quasi barocchi perchè densissimi di decorazioni, di Giulio Campi ? E' la lingua della Repubblica degli Artisti, quella che si parla non solo in Santa Margherita, ma in ogni edificio cremonese (leggete Manuela Morresi) : Sanzio, Pippi, Tatti, Sanmicheli.. con Serlio primo fra tutti. Del resto, la Visioli cita Serlio qua e là nel brano (riferendosi a Santa Margherita), non descrivendo che l'intera città cinquecentesca di Cremona è firmata da Sebastiano Serlio, in ogni sua facciata! Ho organizzato tempo fa una piccolissima esposizione dove, aiutato dal prof.Alain Erlande Brandenburg già direttore del Musée National de la Renaissance di Parigi, cercavo di mostrare quanto indicato...Brandenburg fu felicissimo di questa idea, perché per la prima volta Serlio non era il solo Praeceptor Galliae, cioè colui che portava in Francia il linguaggio del Rinascimento all'antica, ma anche il Praeceptor Cremonae! Certo, di antico in Cremona già v'erano (prima di Serlio) i chiostri di Sant'Abbondio e San Pietro al Po, così come il Tempietto di San Luca...ma non era arrivato l'antico "popolare" (come lo chiama Tafuri) del Bolognese Serlio! E soprattutto, questo antico non aveva ancora invaso , come una epidemia, l'intera città!!
Potrei anche dire, più banalmente, sempre restando al livello delle ipotesi gratuite degli autori del volume : ma se un contemporaneo dei nostri artisti, cioè Francesco Zava , ci dice che il più ricco capitalista cremonese (uso l'espressione di Braudel) dell'epoca, ha deciso di farsi disegnare e costruire il suo più bello e grande palazzo dal (sono parole sue, non invento nulla) dal Nuovo Vitruvio Francesco Dattaro... (assieme a Benedetto Ala che, secondo il Biffi, era in rapporto epistolare con Vida), quale ragione avrebbe avuto, il Vida, per decidere di impiegare come architetto Giulio Campi ? Vida letterato, artista, uomo colto, si sarebbe fatto scappare il Nuovo Vitruvio??
Si badi, però: non voglio dire che per me la chiesetta è soltanto attribuibile ai Dattaro. Nessuno di noi può incolpare un Campi o un Dattaro, così, gratuitamente.
E' per questo che dobbiamo elevarci alla serietà degli archivi: vorrei infatti fare notare che ho ritrovato e pubblicato documenti d'archivio che avvalorano quelli ritrovati (prima di me) dalla bravissima L.Bellingeri ; in tali documenti si dice espressamente che Giulio Campi era associato nelle imprese di costruzioni e disegno (sottolineo imprese di costruzioni e disegno) dei Dattaro architetti : purtroppo però era relegato all'ultimo rango di possibile suggeritore di idee, in pratica poteva parlare solo una volta che i Dattaro avevano già espresse le loro idee artistiche. Era l'ultimo a decidere. Questo significa che il bravo Giulio lavorava certamente come architetto, ma a lato (e forse , a volte, un pochino più in basso) dei Dattaro!
Ma così è, la Storia non rappresenta i fatti che sono avvenuti, bensì la descrizione (o le descrizioni) dei fatti che sono avvenuti. La tradizione (da Vasari) ha scelto i pittori Campi come i maggiormente degni di essere rappresentati tra le pietre del centro, tra le anime dei cittadini - passeggiatori. Esiste un bel Corso Campi, ma nessuna centralità per i Dattaro..se non una viuzza senza uscita decisamente non "comoda al centro". Se quindi ci chiedono: chi ha firmato il progetto di Santa Margherita? Beh, il bravissimo Giulio Campi, non v'è dubbio!
Concludendo, vorrei sottolineare che quanto da me espresso qui sopra non è il frutto di pareri meramente personali : le indicazioni espresse sono state avvalorate e condivise da docenti attualmente insegnanti alla Scuola Normale Superiore di Pisa (già professori ad Harvard e allo IUAV di Venezia), del Centro Studi Superiori del Rinascimento di Tours (Francia). Mi pare strano credere che questi docenti possano essersi così tanto distratti mentre correggevano le righe del mio primo testo di tesi, ormai vecchiotto. O forse no? Forse coloro che hanno scritto i brani del volume su Santa Margherita potrebbero fare una riflessione? O, meglio ancora, citare non me stesso (non sono così immodesto) ma solamente i documenti d'archivio che ho trovati e pubblicati, che testimoniano di queste società di costruzioni e disegno dei Dattaro associati ai loro subordinati Campi.
Chissà, magari così, i lettori potrebbero farsi una Loro idea, DEMOCRATICA, di quanto è avvenuto realmente nella Storia, e non mandare giù qualsiasi cosa venga loro impartito. Ciò è molto, ma molto, molto più importante del dire gratuitamente che la chiesa è dei Campi o dei Dattaro. Molto, ma molto di più.
Alberto Faliva

Replica dopo qualche tempo a nome dei curatori del libro il rettore della Chiesa don Pietro Bonometti

Caro Direttore,
Accolga questo scritto che non vuole assolutamente essere una “risposta” (confesso di non aver capito, non già il tono un poco ironico ed un poco sarcastico, ma certi riferimenti alle idee “democratiche” dei lettori, a certe sottolineature con la lettera maiuscola come la parola Storia) alle tesi di un insigne studioso quale il dottor Alberto Faliva. In verità, conoscendo i suoi studi e soprattutto gli esimi professori con i quali ha preparato e poi discusso la sua tesi (peccato che non sia stata ancora pubblicata! Perché la Biblioteca Governativa, la Provincia o qualche altra benemerita istituzione culturale non si è ancora decisa a pubblicare un testo che, di certo, arricchirebbe tutti gli studiosi cremonesi e gli appassionati di arte?) ci saremmo aspettati – mi scusi l’insigne studioso se mi permette di citarlo – “molto, ma molto di più”.
Il molto potrebbe essere ripetuto all’ennesima potenza. Si vede che ex abundantia cordis os loquitur” (trattandosi del Vida, ci sia concessa una citazione latina Mt.12,34)!
L'attribuzione perentoria senza dimostrazioni è nel libro! Così controreplica Alberto Faliva

Gentilissimo Don Pietro Bonometti,
grazie della sua risposta.Le preciso che non sono purtroppo un "insigne studioso" perchè ho solo 36 anni (quindi non potrei neanche esserlo). Le preciso che la mia tesi è invece stata pubblicata, c'è anche in Biblioteca, ed è stata pubblicata anche grazie alle Istituzioni cremonesi! Le preciso che io non sogno un Corso Dattaro anzichè Campi, ma il mio era solo un modo per sottolineare quanto la Storia rilegga a proprio piacere il passato. Capita troppo spesso.
Le preciso che i documenti d'archivio da me citati nella email, poi pubblicati nel mio volume, si leggono agevolmente (contestualmente) a fianco di quelli ritrovati da Lia Bellingeri. La questione non quindi quella di sapere se è stato Campi o Dattaro, ma quella di non dire (come fate voi) che è sicuramente stato Campi a disegnare la chiesa.
A fronte di tutte queste precisazioni, senza le sue citazioni latine e dimenticandomi volutamente da buon fedele di Gesù, di ogni sua punzecchiatura o attacco pseduo-ironico, le chiedo, con rispetto: come posso imbastire un dialogo serio con lei se mi trovo costretto a doverle spiegare tutto quanto sopra indicato? Peccato, davvero.
Con affetto e tanta cordialità Le auguro un Buon Natale.
Alberto Faliva
Di questa abbondanza siamo stati travolti, sconvolti, sconcertati.
Parlando di Puerari e di Voltini si sostiene che “assegnavano (o comunque dubitavano) della paternità ai Dattaro”. Voltini nei suoi scritti, quello del 1985 neppure un cenno; in quello del 1971, scrive esplicitamente: “Più recentemente però, Alfredo Puerari ha ritenuto di poter iscrivere S. Margherita nel catalogo del più illustre architetto cremonese della metà del ‘500: Franceso Dattaro detto il “Pizzafuoco”. Però, qualche riga sopra: “che il progetto della ricostruzione sia stato predisposto da Giulio Campi è sempre stato affermato dagli storici locali dal ‘700 in poi …”.
Pare proprio che il Voltini si limiti a citare, con puntuale esattezza, le due ipotesi non spendendo una parola in più a favore dell’una o dell’altra! Attenzione allora e maggior rispetto alle citazioni!
Ma se “mere ipotesi stilistiche” non fanno “mai storia”, non si capisce come i dubbi di Puerari e di Voltini non debbano rientrare nello stesso ambito delle “mere ipotesi” che stanno tanto sullo stomaco all’insigne studioso. Dunque, anche Puerari e Voltini non portano acqua al mulino “Faliva” che male macina il suo grano. Allora ci chiediamo in che cosa differiscono le “prove meramente stilistiche che i ricercatori (e sovrintendenti)” portano a suffragio delle loro ipotesi da quelle dei due citati studiosi cremonese?
Non saremo noi, “poveri untorelli” (A. Manzoni), a mettere in dubbio la paternità, “documentata archivisticamente” di Palazzo Barbò. “Il bugnato identico”, “i blocchi tagliati alla stessa maniera”, sono le “prove morelliane” che danno la definitiva risoluzione?!
Se c’è il documento d’archivio, sempre a noi “poveri untorelli” che, qualche tempo, abbiamo passato sulle polverose carte sia per la nostra tesi (1979), sia per la tesi di perfezionamento (1983) pare molto, ma molto strano che non si faccia esplicitamente il nome e non si dica a quale dei due Dattaro spetti la paternità del citato palazzo!
Diciamo per il curioso lettore – considerato che l’insigne studioso in tutta la sua sfrenata galoppata storico-artistica mai una volta sola fa questa puntualizzazione – che i Dattaro sono due: Giuseppe (1540 – 1619) e Francesco (? – 1576) – quindi, insigne studioso, sia serio almeno nel titolo del suo articolo che si è premurato di inviare al “Vascello”, poi a “La Cronaca” (11/11/2008 pag. 8), e, infine, a “La Vita Cattolica” (13/11/2008 p. 47), perché scrivere : “Macché, quella chiesa è dei Dattaro”! Quale dei Dattaro? Giuseppe? Suvvia, non facciamone un “monstrum naturae” che a soli sette anni già costruisce quel capolavoro della chiesa delle Sante Margherita e Pelagia!
Considerato che l’insigne studioso invita bruscamente a leggere “Manuela Morresi”, da parte nostra, gentilmente ed umilmente invitiamo il Dott. Faliva a leggere quanto segue.
Dopo avergli ricordato che i miei insegnanti di Bologna (un elenco di tutto rispetto per la cultura nazionale, ma con Loro mi scuso se non sono stato all’altezza dei loro insegnamenti, non sempre, infatti, l’allievo supera il maestro, come non sempre l’allievo impara dal maestro) mi raccomandavano di cercare attentamente sul territorio tutto quanto si è pubblicato, perfino “il bollettino parrocchiale”, perché – dicevano – anche lì si può trovare qualche interessante notizia a livello storico e artistico.
Dunque, lo invitiamo a leggere “Cremona … raccontata” dal sottoscritto nel 2003 (vedasi pp. 27-82-83-97-130 per Giuseppe Dattaro e le pp. 87-107 (foto) per Francesco Dattaro).
So benissimo che l’insigne studioso mi dà sulla voce ricordando che la sua tesi “ormai vecchiotta” è precedente alla mia pubblicazione. D’accordo, ma si vuol dire che qualcuno dei curatori del libro non è abituato come il Faliva a “fare di ogni erba un fascio”!
Si vede che tale è lo stile di procedere dell’insigne studioso che continua a rimproverare “banalmente” gli autori del volume di restare “a livello delle ipotesi gratuite”, ma lui non si decide di estrarre dalle sue poderose ricerche i documenti di archivio, la semplice carta di allogazione che metterebbe fine all’interminabile querelle.
Esiste questo documento? E’ stato mai trovato dal dott. Faliva il documento in cui si fa esplicitamente il nome di Francesco Dattaro, di Marco Gerolamo Vida, della chiesa delle Sante Margherita e Pelagia? Ho troppa stima per la Dott. L. Bellingeri per coinvolgerla in questo pasticcio di cui non vedo né capo né coda! Se il documento non esiste, sul piano della metodologia storico-artistica rimane percorribile solo l’altra strada delle attribuzioni che si fanno ancora (credo non sia cambiato il metodo) rilevando le assonanze, le somiglianze, i rimandi stilistici etc. etc.
Così dovrebbero avergli detto i suoi docenti che “insegnano alla normale superiore di Pisa (già professori ad Harvard e allo I.U.A.V. di Venezia) del Centro Studi Superiori del Rinascimento di Tours (Francia)”, cioè che non si porta avanti una ricerca solo sui documenti d’archivio?
Confesso, e di questo chiedo scusa al dott. Faliva, di non aver letto i citati documenti trovati e pubblicati, ma dopo questo incidente sarà mia cura andare alla ricerca e leggerli accuratamente e se mi accorgerò di aver giudicato troppo superficialmente lo scritto in questione, sarà mia premura fare dalle pagine di questo giornale pubblica scusa e ritrattazione.
“Esiste un bel corso Campi, ma nessuna centralità per i Dattaro, se non una viuzza senza uscita decisamente non comoda al centro”.
Possiamo sottoscrivere a piene mani l’esatta osservazione, ma chi più di lui, insigne studioso dei Dattaro, può fare pressante istanza al Sindaco perché invece di Corso Garibaldi e di Corso Vittorio Emanuele II (chissà cosa dirà la Storia quali possono essere le idee “DEMOCRATICHE” dei cittadini) si intitolino le stesse strade a Francesco e Giuseppe Dattaro, avvertendo che si aggiungano, se possibile, le utilissime date di nascita e di morte… allora la cultura cittadina s’innalza ma molto, ma molto di più… in alto del Torrazzo stesso!
Don Pietro Bonometti, rettore della chiesa di S. Margherita e Pelagia, a nome dei curatori del libro
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E' doveroso precisare che il Vascello, come si vede, non pubblica il titolo citato da Don Bonometti e che comunque il titolo della lettera apparso su altre testate è responsabilità redazionale, come al solito.

Lia Bellingeri: vorrei restare fuori dal confronto tra i due studiosi

Caro Direttore,
riguardo alla polemica ospitata sul “Vascello” circa l’attribuzione a Giulio Campi del progetto della chiesa di Santa Margherita, faccio presente che il mio unico contributo sui Dattaro risale al 1996, quando, in un intervento di altro argomento (Gli “amici di Bernardino Campi e i dipinti della Sala del Podestà a Soresina, in “Artes”, 4, 1996, p. 28, nota 7), ho resi noti i documenti relativi all’edificazione di palazzo Barbò in via Palestro, affidata a Francesco Dattaro. Nel contratto di allogazione del 1572 – quindi venticinque anni dopo la realizzazione della chiesa del vescovo Vida – Giulio Campi è indicato quale eventuale sostituto dei due arbitri incaricati di dirimere possibili controversie fra il committente e il Dattaro durante l’esecuzione dei lavori.
Non ho mai espresso opinioni sulla paternità di Santa Margherita o sul ruolo dei Dattaro e di Giulio Campi nel panorama dell’architettura cinquecentesca a Cremona, tema che esula dai miei interessi e dalle mie competenze scientifiche. Per questo motivo, ringraziando don Bonometti e Alberto Faliva per le loro espressioni di stima, preferirei non essere coinvolta in alcun modo nella discussione.
Lia Bellingeri




Pagina aggiornata alle ore 20:41:54
di Dom, 29 mar 2009