Cremona e la sua storia



PRIMA PAGINA CRONACACULTURASPORTLETTEREARRETRATISONDAGGI


Si è spenta a 89 anni l'ultima schiva testimone dei 30 anni di storia cremonese firmati da Roberto Farinacci , l'alterduce del fascismo

Si tratta della figlia, Adriana Farinacci, si battè e vinse in tribunale
contro la pubblicazione dei falsi diari del padre

A 89 anni si è spenta nella sua casa di Piazza Marconi Adriana Farinacci in Mola. É stata l'ultima schiva testimone diretta di una figura che ha contrassegnato con la sua forte presenza trent'anni di storia politica ed anche urbanistica di Cremona, Roberto Farinacci , già al fianco di Leonida Bissolati e del suo socialismo riformista nel 1912.

Farinacci è fedele a Bissolati anche quando Mussolini gli strappa la direzione dell'Avanti!. E' una adesione che Farinacci, ormai leader del fascismo più integralista, riconfermerà fino alla morte dello stesso Bissolati quando detterà la lapide sulla sua tomba.

Adriana Farinacci è ovviamente protagonista degli atti finali della vicenda politica impetuosa di Roberto Farinacci che si chiude il 28 di aprile del 1945 con la sua fucilazione, alle 9.30, nella piazza di Vimercate.

Adriana Farinacci si mantiene molto lontana dalle diatribe e dai controversi giudizi che vengono emessi sulla figura del padre. Ma mostra di essere tutt'altro che remissiva quando un falsificatore, così viene giudicato anche dal tribunale, Emanuele Tornaghi, si presenta come scopritore degli ultimi diari ufficiali di Roberto Farinacci, accreditandosi con la carica di segretario che effettivamente ricoprì durante il periodo della RSI. Adriana Farinacci non riconosce neppure la calligrafia del padre nei falsi diari di Tornaghi che commette anche alcuni errori storici grossolani, ad esempio riferendo del Gran Consiglio che segnò la fine del Fascismo il 25 luglio 1943.

Adriana Farinacci sostenne, peraltro, che alcuni fatti erano veri, e non poteva essere diversamente, valutato il ruolo di Tornaghi, ma i diari erano evidentemente falsi. É la sua unica battaglia pubblica nel nome del padre, del quale peraltro conservò una amorevole memoria fino all'ultimo, quel Farinacci che qui mostriamo all'atto finale, in alcune eccezionali, drammatiche foto scattate il 28 aprile del 1948.



Ecco in breve sintesi (ma con particolari non del tutto noti) la storia delle ore finali di Roberto Farinacci.

Viene intercettato definitivamente a Beverate, la sua Lancia è colpita dai proiettili di una pattuglia partigiana. L'autista muore sul colpo, al fianco di Farinacci vi è Carla Medici del Vascello che aveva lasciato il castello di San Giovanni in Croce e chiesto ospitalità a Farinacci per raggiungere la sua villa sul lago di Como perchè il suo autista se ne era fuggito con la sua machina e quanto vi era caricato. Carla Medici del Vascello colpita di striscio viene lasciata ai fianchi della strada, e perde molto sangue. Resta sul ciglio fino a sera, quando le sue condizioni sono ormai disperate. Morirà dopo un paio di giorni di agonia all'ospedale di Merate.

Aveva con sè un rilevante confanetto di gioielli che viene debitamente registrato dal capo partigiano di Vimercate e poi ritirato da un partigiano del CLN di Milano. Il cofanetto scomparirà per strada da Vimercate a Milano. Sollecitata la questura Milanese dallo stesso capo partigiano di Vimercate, a rintracciare il partigiano che aveva preso in consegna i gioielli, non se ne fa nulla. Voci circoleranno a Brescia a metà degli anni '50 sullo stesso partigiano che avrebbe acquistato una tenuta agricola e che soprattuto si sarebbe fatto vedere a spendere a spandere.

Quanto a Farinacci, viene giudicato da una giuria titubante fin quando una madre che aveva avuto il figlio abbattuto dalle SS tedesche aizza il pubblico. E' condanna a morte. Il rappresentante democristiano della giuria abbandona l'aula prima che venga emessa la sentenza. Non c'è verbale del processo. Una testimone peraltro afferma che Farinacci avrebbe dichiarato in sua difesa: "Come voi, madri colpite dalla morte del figlio per un ideale, ne rispettate e onorate il nome, altrettanto dovreste riconoscere la mia fede nel progresso dell'Italia in nome del fascismo alleato con la Germania". Parole evidentemente consapevoli di valergli la condanna a morte, ma altrettanto significative di una personalità che, comunque la si voglia giudicare, ha mantenuto una sua coerenza fino all'estremo. E' a questo punto che si scatena un grido di una donna, "fategli quello che hanno fatto a mio figlio", e Farinacci rischia addirittura di essere linciato.



Farinacci lascerà cinquecentomila lire per i poveri cremonesi, destinati al parroco di S. Agata e debitamente recapitati. Emilio Zanoni scrisse in una memoria che Farinacci dovette essere trascinato al muro, e per la paura perse il controllo dell'intestino. Non è vero, come mostrano le foto. Morì dignitosamente rivolgendosi col petto al plotone di esecuzione, raccattato sul luogo ma comandato da un partigiano giunto da Milano.



Benché gli sia stato impedito di voltarsi a schiaffi, Farinacci mostra infatti, si vede nella foto, in extremis il petto al plotone di esecuzione che pare esiti. Alcuni testimoni affermarono che avesse gridato lui "fuoco" in questo istante. La raffica gli spezza a metà il grido "Viva l'Italia". Viene lasciato a terra, esposto al disprezzo pubblico. Qualcuno sostiene - ma non c'è mai stata conferma - che da una macchina tardata CR sarebbe scesa una persona che gli coprì sprezzantemente il petto con una copia dell'Avanti!, come mostra la foto con Farinacci a terra.
Certo il cadavere di Farinacci fu esposto al vilipendio della folla per alcune ore. Per oltraggio gli venne posto un porro in bocca. Sul corpo esanime vennero scaricati alcuni colpi di rivoltella. Viene colpito a calci e irrorato di orina. E' il sabba che uguale avviene a Piazzale Loreto o, a Cremona, contro il morente Merlini, legato a una barella perchè si era aperto la pancia con un coltello quando il Vescovo Cazzani gli annunciò che non avrebbe potuto mantenere la promessa di rispettare il dovere di asilo in Curia. Linciato morì pure, nella circostanza, un altro fascista, Aschieri, costretto ad abbandonare il ricovero che gli aveva offerto lo stesso mons. Cazzani nell'appartamento di fortuna allestito in Palazzo Vescovile per il parroco di Borgo Loreto e sua madre. La quale molti anni dopo riferì le circostanze in una inchiesta giornalistica.
Se gli occhi della folla si iniettano di sangue, non è più sazia di violenza. Oltre ogni limite.




La pagina è stata aggiornata alle ore 20:48:40
di Dom, 29 mar 2009